C I T T À   D I   R O C C A S E C C A

Assessorati alla Cultura e alle Politiche Sociali

 

 

 

Quaderno Roccaseccano

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"E la Rocca racconta..."

a cura dell'Associazione Anziani

"Severino Gazzelloni"

Questo è il lavoro realizzato dall'Associazione Anziani "Severino Gazzelloni" di Roccasecca, che ha partecipato al 1° Concorso letterario provinciale " Le radici della memoria", ottenendo il primo premio.

Il lavoro è diviso in quattro sezioni tematiche: le tradizione - la guerra - le storie, le riflessioni, i personaggi - versi roccaseccani.

Dalla sezione "tradizioni" abbiamo preso lo scritto di Anna Di Lauro sul "favone" cioè il falò, come esempio del tipo di ricerca eseguito per la compilazione del libro.

 

Il libro è distribuito presso la Biblioteca Comunale sita in via Roma (ex seminario)

aperta tutti i giorni (esclusi i festivi) dalle 9,00 alle 12.00

 

 “Gliu Favone”

di Anna Di Lauro

 

Il mio paese, Roccasecca, era ricco di tradizioni popolari, di eventi folkloristici, di feste religiose e civili.

Questi avvenimenti erano occasione di aggregazione, di collaborazione, di partecipazione collettiva della comunità paesana.

Ma la vita moderna ha fatto cadere nel dimenticatoio tante tradizioni del passato. Oggi si corre freneticamente verso il futuro, e questo ci sta facendo dimenticare il nostro passato nel quale sono le nostre radici.

Una delle pochissime tradizioni rimaste a Roccasecca è quella del “favone” in onore di S. Tommaso D’Aquino.

La sera del 6 marzo, vigilia della festa del Santo, si usava, e si usa ancora accendere, all’imbrunire, grandi falò, detti “favoni”, in onore di San Tommaso.

Certo oggi i favoni sono di meno rispetto al passato, specialmente dentro il paese dove è difficile reperire frasche e sarmenti.

E non c’è più quell’aria di attesa e di festa per l’avvenimento; non c’è più la poesia di una volta.

Provo a raccontare come si viveva questa tradizione tanti anni fa.

Nove giorni prima del sette marzo iniziava la novena in onore di San Tommaso. Il pomeriggio c’era grande scampanio alla chiesa del borgo Castello e alla chiesa parrocchiale di Roccasecca Centro.

Molti erano i devoti che si recavano a pregare e a onorare il Santo concittadino

La vigilia della festa, il 6 marzo, in ogni zona del paese, in ogni vicolo, in ogni contrada c’era un viavai per preparare il favone.

Si mobilitavano tutti gli abitanti del quartiere per preparare il fuoco più grande rispetto agli altri.

Molte donne uscivano all’alba per andare a fare fascine di frasche. Si radunavano in mezzo alla piazza principale di Roccasecca, la “piazza lunga”. Poi, a gruppi, si avviavano, cantando, lungo i vicoli che conducono verso il monte S. Eustachio, a ridosso del paese.

Sul monte raccoglievano frasche secche, poi le legavano in grosse 13 fascine dette “torze”. Questo lavoro richiedeva tutta la mattinata.

Fatta la torza, ogni donna se la caricava sul capo, poggiandola sulla “spara”, uno strofinaccio da cucina arrotolato a ciambella. Poi tutte facevano ritorno al paese. E i vicoli si riempivano delle loro risate e dei loro canti.

Mentre le mamme e le sorelle più grandi erano a fare la “torza”, i ragazzini si davano da fare a loro volta. Le bambine andavano a raccogliere

fiori a Campo Fiorito, verso il fiume Melfa. Essi servivano a riempire la “canestrella” il giorno dopo; poi si buttavano sulla statua di S. Tommaso al passaggio della processione.

I maschietti andavano a bussare alle case dei signori che avevano i vigneti in campagna, e chiedevano fascine di sarmenti dette “salmente”. I signori facevano già trovare pronte tante “salmente” che i ragazzi trasportavano

nel punto più largo della piazzetta o del vicolo. Sul tardi arrivavano le donne con le “torze”. A questo punto intervenivano gli uomini e i giovanotti, e componevano il “favone”. Arrivato il pomeriggio inoltrato, le campane suonavano ancora una volta per i vespri solenni, e tutti si recavano in chiesa con raccoglimento e devozione. Le funzioni duravano fino all’imbrunire, ora in cui venivano accesi i favoni nella vasta campagna del paese.

Dall’alto del borgo Castello e di Roccasecca capoluogo era bello vedere tutti quei fuochi brillare nel crepuscolo della sera.

Era un inno che si levava in onore del Santo. Toccava ora alla gente del centro abitato. Consumata in fretta una frugale cena, tutti si recavano nei pressi del favone. C’erano uomini e donne, anziani, giovani, bambini; nessuno voleva mancare all’accensione del favone.

Le donne anziane si portavano una sedia. Ormai era buio fitto, e tra il vociare generale, gli uomini davano fuoco alla grande catasta di frasche. Appena le fiamme e le mille scintille di fuoco si levavano verso il cielo

scuro, c’era una esplosione di giubilo. I Roccaseccani manifestavano così, con semplicità e allegria, la loro

devozione a S. Tommaso. In quei momenti rispuntava l’antica rivalità tra gli abitanti del Castello e quelli di  Roccasecca nella Valle, e si cantavano strofette a dispetto.

Si parlava, si cantava, si scherzava fino a tarda ora intorno al favone.

Le donne intonavano antiche canzoni e vecchie cantilene; gli uomini parlavano dell’annata; i giovanotti facevano la corte alle ragazze, e per farsi belli nei loro confronti, si sfidavano a fare grandi salti sul cumulo di brace; i  ragazzini giocavano a rincorrersi o a nascondino; i più piccoli sonnecchiavano in grembo

alle madri.

Si andava così fino a notte fonda. Poi, pian piano, i canti tacevano, le chiacchiere e le risate si affievolivano.

Le donne prendevano un po’ di brace e la portavano a casa entro bracieri e vecchie padelle. Le nonne riprendevano le loro sedie. Tutti si salutavano e tornavano alle loro case, non senza aver prima rivolto un ultimo, intimo pensiero a San Tommaso che, dall’alto del Monte Asprano, vegliava (e ci auguriamo che vegli

sempre) sulla gente semplice, laboriosa e buona di Roccasecca.

 

 

 

 

 

Accanto a gliu favone

di Anna Di Lauro

 

(E’ il cinque marzo. Un gruppo di donne prende accordi per il giorno dopo)

 

- Addumane è la vigilia de Sante Tumase; s’ata fa gliu favone.

- I si ca gl’amma fa! I chist’anne gli’amma fa chiu rosse del l’ate vote.

- Addumane matina amma i pe frasche agliu monte.

- Ce restrigneme ‘nanze alla funtana addumane matina alle sei, accusì

iame pe lu frische.

- Tumasì, Filumè, n’ve fate aspettà comme a sempe.

- Stateve bbone. Ce vedeme addumane matina.

 

(All’alba del sei marzo molte donne sono riunite vicino alla fontana della piazza. Ognuna ha uno strofinaccio e una “mappatella” con un poco di pane)

 

- Bongiorne!

- Bongiorne a tutte quante.

- Ce stame tutte?

- Peppa sta a venì dagliu munumente.

- Ce manca Tumasina.

- I te pareva ! e’ sempe l’utema arrivà.

- Parteme, ca c’arraogne pe la via.

- Oi Peppa, ‘ntona gliu “Temperiale”.

 

(Tempo reale (la primavera) è un antico canto corale roccaseccano a due voci senza accompagnamento. Si cantava in primavera)

 

“Mò ch’è venuto gliu tempo reale

nò gli facete gli amante morire.

Capo ricciotto mio capo ricciotto

chi te gli ha fatti sì ricci capiglie?

Alla cintura fatteli arrivare

chissi begli occhi ‘n te li fa coprire.

Palomma che d’argento porti l’ale

ferma te voglio dire due parole.

Voglio cavar ‘na penna a se du ale

pe’ scrivere ‘na lettera allo mio amore.

Quanno ce la so scritta e sigillata

Palomma portacela allo mio amore”.

- Sta canzuncella è proprio bella!

 

(Sul monte le donne radunano le frasche e le legano in grosse fascine dette torze)

 

- Giusuppì, Mariò, sete fatte la torza?

- Sì, è pure bella ròssa.

- Vagliò, faceteve la spara i punneteve sa torza.

- A Roccasecca ce stave aspettà pe preparà gliu favone.

- Sete tutte pronte? Iamme, ca ce coglie tarde.

- Luigì, ‘ntona “Rosa rosetta”.

 

(“Rosa rosetta” – antico canto roccaseccano a due voci senza accompagnamento)

 

“Rosa rosetta colorita e bella

rosa che non perdesti mai colore.

Ci fuste cota a ‘na verde spinella

ca fu piantata nel giardino d’amore.

Biato a chi te coglie rosetta bella

biato a chi te prende il primo odore.

Se m’attoccasse a me ‘sa sorte bella

saria felice e moraria contento”

 

(Intanto in paese le nonne parlano alle nipotine)

 

- Criatù, state a preparà la canistrella pe Sante Tumase?

- Si, mammò. Seme già ite a campe Fiorite i seme cote tante mattere

de cice i maccarune (Giunchiglie bianche e gialle che fioriscono in marzo)

- Nonna, vide che bella canistrella facete addumane!

(I nonni mandano i nipoti a cercare sarmenti)

- Vagliù, iate alle case de dun Paolo, a gnore Francische, a dun

Tumase.

- Chiglie eve già preparate le salmente.

Le dovete carià addò s’ata fa gliu favone.

- Va bone, nonnò; mo iamme a carià.

- Gnore Francì, seme venute a toglie le salmente pe gliu favone.

- Vagliù, stave preparate dente agliu curtile.

Stateve attente i n’ faceteve male.

- Accidente i comme pesane ste salmente!

- Che pezze de favone faceme massera!

(Il pomeriggio arrivano gli uomini e i giovanotti)

- Giuvanò, damece da fa: aggiustame stu favone.

- Ma le frasche so ancora poche.

- Se n’ reveve le femmene dagliu monte, n’ puteme fa niente.

- I gliu vespre sta pe sunà; mo ce coglie notte.

- Esse le femmene!

- Finalmente !

- Se sentene cantà agliu vichele pucineglie i agliu vichele santalucia.

- Iamme vagliù! Le torze eve arrivate.

- Damece da fa.

 

(Intanto è calata la sera)

 

- La campana sta a sunà l’Ave Maria.

- Esse la gente che revè dagliu vespre.

- O guardate pe la campagna quante faune eve appicciate!

- Mamma mia, i quanta so!

- Ch’è bella la piana de Roccasecca cu tutti sti foche appicciate!

- A n’ata cìa appicciame pure nua.

- Criatù, iate a chiamà chiglie che avite a cenà.

- Dicete ch’è ora, amma appiccià gliu favone.

 

(Intorno al favone c’è tutta la gente della contrada. Molte donne hanno portato una sedia perché l’ora si farà tarda)

 

- Pasquà, appiccia da chesta parte; Frippè, tu da foche da chell’ataparte.

 

 

(Tra l’attesa generale il favone prende fuoco e lunghe fiamme si alzano verso il cielo. Esplode un grido di gioia)

 

- Evviva Sante Tumase nostre!

- Evviva! Evviva!

- O guardate! Eve appicciate pure alla piazzetta de gliu Casteglie.

- Sentete che stave a cantà alloche ‘ncoppa.

 

(Su al Castello cantano: “Morte alla valle, viva gliu Casteglie!”)

 

- Figliò, forza cu la voce, facemmo sentì pure nua:

Viva la Valle, morte agliu casteglie”

“Oi Roccasecca bella

i cu tutta l’alberata

addio funtana bella

chi te se scorda chiù.

Chi te se scorda mai,

manneggia quando mai

m’alluntanai da te”.

- Ciccantò, attizza gliu favone cu gliu furcone; fa rincriccà la fiamma.

- Quante scintille de foche vave pe l’aria ; parene tante luccicantine.

- “Luccicantina ve a terra, ca t’accatte na bella ciammella mesa a te,

mesa a me, mesa alla figlia degliu re”.

 

 

  

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