
Franco Fava (a destra) mentre riceve una targa
ricordo in occasione
del II Memorial "Antonio Fava"
Nato a Roccasecca il 3 settembre 1952,
Fava ha dominato in Italia in tutte le discipline di fondo, dai 3.000 m. in
su.
Breve curriculum
di
Franco Fava atleta
1972-1981
Ha
fatto parte del G.S. delle Fiamme Gialle (Guardia di
Finanza), partecipando ai seguenti avvenimenti agonistici
(atletica leggera) come atleta:
- 2
Olimpiadi: Monaco ’72 (Semifinale 3000 siepi) e Montreal ’76
(8° nella maratona e semifinali 10.000)
- 1
Campionato europeo: Roma ’74 (4° nei 3000 siepi)
- 10
Mondiali di cross country (dal ’70 al ’79: 9 volte nei primi
10)
- 3
Universiadi (due titoli nel ’75 sui 5.000 e 10.000 metri)
conseguendo le seguenti prestazioni:
- 1
Finale olimpica
- 1
Semifinale olimpica
- 12
Titoli italiani
- 16
Record italiani su tutte le distanze del mezzofondo: dai
3.000 metri all’Ora su pista tra il
1977 e 1978 (7:42.65 nei 3.000;13:21.98 nei 5.000; 27:42.65
nei 10.000; 8:18.85 nei 3000 siepi e20,416 km nell’Ora su
pista).
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Presenze in Nazionale.
Quando correva Franco Fava

Sono
passati più di 25 anni, un quarto di secolo da quando Franco
ha smesso di dare battaglia sulle piste di tartan e i campi
da cross di tutto il mondo. Eppure il ricordo di quel
ragazzo magro, ma dal cuore grande così, che dava filo da
torcere ai migliori del mondo è ancora vivo nella nostra
memoria. Dico “nostra” per intendere sicuramente la memoria
di tutti i roccaseccani che inorgoglivano nel vedere Franco
Fava primeggiare in Europa e nel Mondo, ma direi di tutti
gli italiani che amano l’Atletica leggera e lo sport in
generale.
Tutti
hanno ancora negli occhi le sue gare sui 3.000 siepi alle
Olimpiadi di Monaco di Baviera, nella maratona e sui 10.000
metri alle successive Olimpiadi di Montreal.
Era uno
di noi, eppure lo vedevamo lì sullo schermo televisivo,
ancora in bianco e nero e solo più tardi anche a colori,
mentre si batteva con i giganti del mezzofondo e della
maratona. In mezzo ad atleti stellari come i mitici keniani
Keino e Jipcho, lo svedese Garderud, il polacco Malinowsky
oppure sui diecimila correndo fianco a fianco con autentici
fenomeni come il finlandese Lasse Viren , Bedford, Foster,
Lopes, solo per citare qualcuno dei nomi che mi vengono in
mente alla rinfusa.
Arrivò
in semifinale nei tremila siepi a Monaco nel 1972, appena
ventenne; quattro anni dopo a Montreal 1976 ancora
semifinalista nei diecimila e poi l’acuto della maratona che
nel frattempo stava diventando la sua gara preferita a causa
della famosa tachicardia : ottavo posto assoluto.
Come
dire una poltrona nel gotha dell’atletica di tutti i tempi.
Ottavo
alle Olimpiadi, un ragazzo che era cresciuto allenandosi per
il “tracciolino”, andata e ritorno per Casalvieri seguendo i
passi del fratello maggiore Antonio che poi lo avrebbe
seguito come medico sportivo. Poi il passaggio a Cassino
sotto la scuola del professor Enzo Leone, tecnico delle
Fiamme Gialle e di Pietro De Feo indimenticabile patron
dell’ “Atletica Cassino”.
Ho
avuto la fortuna di vedere da vicino tutta la parabola
atletica di Franco, spesso a stretto contatto con lui in
occasione delle gare, perché mio padre Antonio come
corrispondente del Corriere dello Sport lo seguiva
costantemente. Conservo tuttora gelosamente la maglia, o
meglio la canotta bianca con fascia trasversale azzurra
della Nazionale di Atletica leggera, che Franco mi regalò al
ritorno dagli Europei di Roma.
Papà
era entusiasta di Franco, della sua semplicità e del suo
modo di intendere lo sport e la vita in generale.

Franco Fava
con Franco Arese, campione europeo dei 1500 nel
1971 e attualmente presidente della Federazione
Italiana di Atletica (Fidal) alla Scuola di
Formia nel 1967
In
effetti Franco ha sempre conservato lo spirito del ragazzo
che, già famoso, si adoperava personalmente per la buona
riuscita dei “Giochi della Gioventù” a Roccasecca.
A me è
capitato di gareggiare in quei Giochi con lui che dava il
via della maratonina, o che spianava la sabbia della fossa
del salto in lungo. Eppure lui già era un atleta noto, credo
già primatista italiano dei tremila siepi.
Agli
europei di Roma nel 1974 sfiorò la medaglia, giungendo
quarto dietro ad autentici assi come Garderud, Malinowsky e
Karst, chiudendo la sua prova con un tempo fantastico:
8’18’’85, record italiano ma soprattutto quinto responso
cronometrico di tutti i tempi ad appena 4’’ dal record
mondiale detenuto da Jipcho. Insomma una gara stellare.
Ero
all’Olimpico quel giorno e ricordo ancora l’entusiasmo degli
spettatori per la grande prestazione di Franco.
Nel mio
piccolo mi sentivo fiero del fatto che un ragazzo di
Roccasecca, uno di noi, fosse arrivato ad infiammare il
pubblico di uno stadio così importante correndo con la
maglia azzurra. Al suo attivo sono ben 29 le presenze in
competizioni ufficiali nella Nazionale italiana di Atletica
leggera. Addirittura 16 i record italiani realizzati su un
po’ tutte le distanze del mezzofondo: tremila siepi, tremila
metri piani, cinquemila metri, diecimila metri, e infine il
record dell’”Ora su pista”: 20.416 metri percorsi in un’ora
di gara sulla pista dello “Stadio dei Marmi” di Roma.
Tempi
di assoluto livello internazionale: 8’ 18’’85 nei tremila
siepi, 13’21’’98 nei cinquemila, 27'42’’65 nei diecimila,
nono tempo al mondo di tutti i tempi ad appena 12” dal
record del mondo. Tempi che ancora oggi a livello italiano
costituiscono la soglia dell’eccellenza.
Franco
Fava conquistò sulle varie distanze, maratona compresa, ben
12 titoli di campione italiano.
E non
pensate che in Italia allora non ci fossero atleti di ottimo
livello nel fondo e mezzofondo. Basterebbe ricordare gente
come Del Buono, Mangano, Risi, Ardizzone, Venanzio Ortis e
il grandissimo Franco Arese, campione europeo dei 1.500 a
Helsinki nel 1971 e attuale presidente della Federazione
Italia di Atletica Leggera.
Insomma
Franco è stato un atleta di grande profilo nonostante sia
stato notevolmente danneggiato proprio nei suoi anni
migliori dalla famosa tachicardia. Un disturbo che gli
provocava un aumento parossistico dei battiti del cuore e
che lo costringeva a fermarsi sino a recuperare la normalità
e poi a ripartire all’inseguimento dei suoi avversari.
Quante
volte lo abbiamo visto bloccarsi improvvisamente con la mano
al collo, piegarsi in avanti, poi respirare profondamente e
cercare di recuperare con calma.

Franco Fava
in una gara sui 3.000 metri all'Arena di Milano
nel 1974. Alla sua sinistra il mitico
statunitense Steve Prefontaine, scomparso
tragicamente l'anno dopo in un incidente d'auto
nell'Oregon, e alla sua destra il neozelandese
Rod Dixon, vincitore della maratona di New York
del 1983.
Guardava gli altri andar via, costretto a fermarsi ma non a
darsi per vinto.
Venti,
trenta, magari anche quaranta secondi credo, poi via di
nuovo all’inseguimento degli altri.
Questo
disturbo lo spinse a cercare sempre di più le distanze più
lunghe; quindi dai tremila siepi ai cinquemila, ai diecimila
fino alla scelta della maratona. Una decisione obbligata ma
che gli diede ugualmente grandi soddisfazioni.
Franco
primeggiò anche nelle campestri, allora se ne correvano
molte più di adesso penso, soprattutto nel periodo
invernale. Protagonista assoluto per tanti anni nella
leggendaria “Cinque mulini”, la storica competizione di
cross che si corre intorno al fiume Olona, in Lombardia.
Trionfatore per ben tre volte nel cross del “Campaccio”,
altra gara storica di grande prestigio che raduna i migliori
atleti della specialità. Franco disputò ben dieci edizioni
consecutive dei Campionati mondiali di cross, la prima nel
1970 e l’ultima nel 1978, entrando per ben nove volte nei
primi dieci della classifica finale.
Nel
1977 a Dusseldorf il suo capolavoro con un quarto posto, ad
un soffio dal podio, un risultato che a distanza di 31 anni
rimane il miglior piazzamento italiano di tutti i tempi in
oltre un secolo di storia del Campionato del mondo di corsa
campestre.

Arrivo della Roma-Ostia
del 1980 con il fratello Antonio Fava. Responsabile
sanitario della Scuola Nazionale di Formia per 20 anni e
medico della Nazionale junior di atletica, scomparso
prematuramente il 3 agosto 2001
Dentro
di me conservo il ricordo di una serata a Perugia, dove
frequentavo l’università. Credo fosse l’estate del 1980 e
Franco venne a correre il “Giro dell’Umbria”.
Non lo
vedevo da tanti anni e pensavo che lui nemmeno si ricordasse
di me. Andai da lui a fine gara e invece fu come al solito
cordialissimo ed affettuoso.
Trascorremmo un bel po’ di tempo insieme e mi fece conoscere
tanti dei suoi avversari; mi colpì l’atmosfera di grande
amicizia che si respirava fra tutti i concorrenti. Uno
spaccato di vita sportiva che mi è rimasto dentro, ma
probabilmente anche l’atletica leggera oggi è cambiata da
questo punto di vista. In peggio.
Poi
dal 1978 Franco intraprese la carriera giornalistica,
altrettanto densa di soddisfazioni. Ci sono le più grandi
testate sportive nel suo curriculum giornalistico: Corriere
della Sera, Gazzetta dello Sport, Il Messaggero, e poi il
Corriere dello Sport dove attualmente lavora come prima
firma dell’atletica. E’ stato capo ufficio stampa della Iaaf,
la Federazione di atletica internazionale, a Londra dal 1989
al 1991. Un incarico di assoluto prestigio.

Franco Fava in redazione al Corriere dello Sport
Numerosi anche i premi che ha ricevuto per la sua attività
giornalistica, fra cui da ultimo il premio “Salvatore
Massara” nel 2007 che prima di lui avevano ricevuto
personaggi come Candido Cannavò e Gianni Mura, autentici
mostri sacri del giornalismo italiano.
A
ulteriore testimonianza che Franco è stato non solo un
grande atleta ma è anche un uomo di cui Roccasecca può
andare orgogliosa.
Ferdinando Vicini (da
L'Eco di Roccasecca, dicembre 2008)
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