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Tra il Melfa e l'Asprano, divagazioni archeologiche attraverso il territorio di Roccasecca

 Giovanna Rita Bellini 
Soprintendenza Archeologica per il Lazio 

Il territorio che diverrà in seguito quello di Roccasecca, riveste un ruolo altamente strategico fin dal periodo pre-romano e romano. 
Questo territorio, infatti, è costituito da tre elementi geo-morfologici condizionanti: il massiccio del Monte Asprano, dominante la pianura sottostante e gli attraversamenti fluviali, connessi ad un sistema di viabilità che già ebbe a costituire le percorrenze della penetrazione romana; la zona pianeggiante, corrispondente in parte all'antica centurazione di Aquinum; il fiume Melfa, con gli attraversamenti corrispondenti agli antichi ponti romani. 

La zona pianeggiante dell'antica centurazione di Aquinum. 
Fondamentali per un nuovo approccio alla conoscenza del territorio sono i recenti scavi effettuati in corrispondenza dell'area interessata dal passaggio della linea dell'Alta Velocità, che hanno evidenziato tracce di frequentazione fin dalla età Protostorica in località Casale Starza e sulle due sponde del Melfa, a valle della località S. Vito ed in località Scolpeto. 
Le tracce di frequentazione in località Casale Starza, ancora in corso di studio, sono ascrivibili all'età del Bronzo finale. All'età del Ferro sono databili invece le attestazioni sulle sponde del Melfa. 
L'area a valle di S. Vito si trova sul versante sud-orientale di un terrazzo fluviale, a mezza costa fra l'area pianeggiante del terrazzo e una zona depressa, attraversata un tempo dal corso del fiume Melfa. Il sito si trova in forte pendenza fra l'orlo del terrazzo alluvionale (q. 103,5 s.l.m.) ed il fondo della valle (q. 80 s.l.m.). 
Lo scavo ha messo in luce una frequentazione antropica attribuibile all'età del ferrro, testimoniata da alcuni frammenti di fornello, un frammento di bacile con cordone a ditate impresse ed alcuni frammenti di dolia. 
Su questa situazione si imposta, in età successiva, una struttura in ciottoli, rinvenuta a livello di fondazione, che attesta una frquentazione dell'area in età medio-repubblicana. 
Sulla sponda sinistra del Melfa, in località Scolpeto, il rinvenimento di un analogo accumulo di ciottoli con un frammento di ciotola carenata, databile all'età del ferro, e di un insediamento sul terrazzo soprastante, databile all'età Repubblicanna, attesta un'analoga organizzazione territoriale, connessa alla possibilità di attraversamento del Melfa ed alla disponibilità di rifornimento idrico. 

Di grande interesse è, sugli stessi siti di frequentazione protostorica, l'attestazione della successiva occupazione in età romana, Repubblicana ed Imperiale. 
Sul sito di Casale Starza, le indagini archeologiche hanno evidenziato, in un'area limitrofa a quella interessata dalle attestazioni protostoriche, la presenza di un complesso produttivo con connessa (?) necropoli di tombe alla cappuccina e di una vasta area sepolcrale, forse riferibile ad epoca successiva alla dismissione dell'impianto. 
L'area in esame si segnalava per caratteristiche di particolare interesse fin dal momento delle indagini di superficie, per la presenza del Casale Starza, che sembra insistere su strutture antiche (fondazioni in opera cementizia), e che reimpiega, nelle murature successive, un'iscrizione funeraria (CIL X 5629) della fine dell'età Repubblicana, in cui viene menzionato un personaggio appartenente alla tribù Oufentina, propria di Aquinum. 
Lo scavo della necropoli di tombe a cappuccina ha evidenziato nel complesso nr.5 deposizioni, parzialmente intaccate dalle arature. 
Le sepolture si presentavano disposte secondo un orientamento costante (NO/SE circa), che riproponeva quello di un muro a secco in ciottoli e spezzoni di puddinga, interpretabile come una delle maceriae funerarie, frequntemente attestate dalla documentazione archeologica ed epigrafica, a partire dall'età tardo repubblicana. 
Nei casi in cui le condizioni di conservazione dei resti scheletrici hanno permesso di stabilire le modalità di deposizione, il corpo del defunto appariva supino, con braccia e gambe allungate, cranio volto a SE, piedi a NO. la presenza di chiodi in ferro con punte ribattute in due delle sepolture lascia supporre l'impiego di una cassa lignea, di una barella o lettiga funebre. 
La sostanziale omogeneità delle sepolture, la loro collocazione topografica, appartata rispetto alle tombe della vasta area sepolcrale di età successiva, la presenza stessa della maceria funeraria, sono tutti elementi che lasciano pensare ad un gruppo unitario di sepolture, coerente anche dal punto di vista cronologico. 
In termini di datazione, l'unico elemento utile è il Vittoriato in argento rinvenuto in corrispondenza del cranio di uno dei defunti, che fornisce un terminus post quem individuabile nella seconda metà del II sec. a.C. 
Resta aperta la possibilità di un collegamento tra le deposizioni di quest'area funeraria ed il vicino complesso abitativo, che, ad una prima osservazione dei  materiali relativi, sembra aver conosciuto fasi di vita in età tardo repubblicana-prima età imperiale. 

Il complesso insediamentale presenta sicure funzioni di carattere produttivo, in rapporto alla presenza di almeno una fornace e di una serie di infrastrutture connesse (buca di scarico, vasche per la raffinazione dell'argilla, fossa da fuoco, probabili tettoie e spazi per l'essiccamento, aree pavimentate, pozzo.::). 
L'impianto risulta articolato in una serie di ambienti, aperti e chiusi, con zoccolatura in ciottoli di fiume e spezzoni di puddinga, alzato "a graticcio" con elementi lignei portanti e tamponature in materiale deperibile. 
Il corpo principale del complesso presenta almeno due distinte fasi costruttive, la seconda delle quali è caratterizzata dall'impiego quasi esclusivo di frammenti di tegola e di mattoni di recupero nelle zoccolature. Questa seconda fase dei materiali realtivi, sembra prevedere la chiusura, mediante tramezzi, di alcuni ambienti, ed un possibile cambiamento di destinazione degli stessi (da produttiva ad abitativa?). 
La possibilità di ricostruire una vasta area aperta nella parte meridionale dell'impianto, con un pozzo ed un settore con pavimentazione a battutto, parzialmente coperto da una tettoia, ben si coniuga con le necessità connesse alle attività di produzione figulina. Tale spazio può essere interpretato come una delle zone destinate all'essicamento dei manufatti dopo la modellazione, talora attestate dalla documentazione archeologica in rapporto a fornaci. 
Alcuni indizi circa le caratteristiche tipologiche delle produzioni sono state fornite dallo scavo della vasca di decantazione dell'argilla individuata in un'area limitrofa. Il fatto che tale vasca non sia collegata ad altre infrastrutture di tipo analogo lascia infatti ipotizzare un processo di decantazione dell'argilla  non raffinato, e destinato principalmente ad una produzione di tegole e laterizi. 

L'area funeraria di età successiva, sicuramente posteriore all'abbandono dell'insediamento, presentava tombe con orientamento costante, grossomodo NO-SE, quasi tutte riconducibili alla tipologia che, per comodità, definiremo "alla cappucina", pur con leggere varianti. Nella maggior parte dei casi erano presenti due diversi livelli di copertura, con tegole in impasto rosso ed in impasto chiaro, e ciottoli a protezione delle stesse, a colmatura della fossa. 
Il cranio del defutno era variamente rivolto a NO ed a SE. 
Di diversa tipologia è apparsa una sola tomba, con primo livello di copertura in tegole e ciottoli legati da malta, piano di deposizione costituito da tegole disposte in piano, fossa foderata da muretti in laterizi e tegole di reimpiego, intercalati a letti di malta. 
Il corredo di accompagno, talora completamente assente, si limitava, in alcuni casi, ad un piccolo vaso di forma chiusa, in ceramica comune di produzione locale, deposito a margine della fossa, presso i piedi dell'inumato. 
Gli unici elementi utili ad un  inquadramento di tipo cronoligico delle deposizioni sono una lucerna Firmalampen, a canale aperto, con marchio di fabbrica FORTIS, databile a partire dalla prima metà del I sec. d.C. fino al IV sec. d.C. ed una brocca in ceramica comune di produzione locale, con orlo a beccuccio, collo cilindrico, corpo globulare schiacciato, ansa a nastro, decorazione dipinta a fasce rosse sulla spalla, databile ad un periodo compreso tre il VI ed il VII sec. d.C. 
L'attribuzione cronologica delle sepolture è stata pertanto possibile solo in termini estremamente generici. Si è ritenuto, infatti, di riferire il blocco delle deposizioni alla piena età imperiale, con la sola eccezione della tomba contenente la brocca in ceramica comune, che in virtù del materiale di corredo e di una differente tipologia costruttiva è stata attribuita ad una fase tardo-antica. 
Va però, a parere di chi scrive, sottolineata la rilevante quantità di sepolture prive di corredo, o con elementi di accompagno difficilmente inquadrabili dal punto di vista cronologico. 
Resta, come unico dato sicuro, il fatto che il gruppo di sepolture sembra cronologicamente posteriore al primo nucleo di tombe ed anche all'abbandono dell'impianto produttivo. 
E' dunque possibile che l'area sepolcrale vada messa in rapporto con situazioni legate ad un differente sistema di gestione del territorio. 

Il sito in località Scolpeto si localizza su un vasto pianoro, immediatamente a SE del corso del Melfa, in posizione dominante rispetto al tracciato della cd. "via Romana" o "via Latina", che costituisce probabilmente il decumanus maximus su cui fu impostato il reticolo centuriale di Aquinum
Il complesso archeologico rinvenuto occupa una superficie di oltre 100 mq. 
Le strutture evidenziate, con adattamenti, ristrutturazioni ed aggiunte, ed  i materiali ceramici rinvenuti testimoniano un uso dell'area del periodo medio-repubblicano fino alla prima età imperiale, con fasi di frequentazione (?) ascrivibili ad età tardo-romana. 
Si sono individuate strutture in ciottoli calcarei e spezzoni di conglomerato locale relatifìve a due edifici di orientamento grossomodo analogo (all'incirca N-S), che sembrano costituire un complesso unitario, con destinazioni d'uso differenti. 
Il primo edificio non presenta suddivisioni interne; l'ingresso all'unico vano si apre sul lato corto orientale. 
Il secondo edificio, di forma rettangolare, presenta setti murari interni che articolano una struttura di sei vani di dimensioni differenti, alcuni dei quali conservano livelli di battuto pavimentale in ciottoli. 
tra i due edifici si trova una vasta area apeta, con un pozzo. 
L'insieme così descritto sembra essere impostato su multipli del piede romano di 0.2956 mt. 
Lo scavo ha inoltre evidenziato una fase precedente, attestata da due setti murari in ciottoli e spezzoni di conglomerato, rinvennuti tra i due edifici principali dell'insediamento successivo, che seguono un orientamento differente rispetto a quello del complesso più tardo, in cui sembra attribuibile anche una
vasca, in opera cementizia con spezzoni di calcare e frammenti di tegole, il cui piano pavimentale, rivestito in cocciopesto con cordoli alle giunture, è costituito da mattoncini di opus spicatum. Al centro della vasca era parzialmente conservata una depressione circolare, per la raccolta del liquido. 
Nel corso dello scavo sono state inoltre individuate una serie di buche da palo e di piccoli piloni in ciottoli e conglomerato, la disposizione planimetrica di alcuni dei quali fa ipotizzare la presenza di piccolo portico lungo il lato S dell'edificio principale. 

Le strutture descritte sembrano dunque pertinenti ad almeno tre diverse fasi di insediamento. 
Ciò che rimane della fase più antica non consente di avanzare ipotesi ricostruttive sull'assetto planimetrico relativo. 
In relazione alla tipologia costruttiva delle strutture si può supporre un alzato graticcio, anche sulla base della presenza di un incasso di palo ricavato a risparmio su uno dei muri. 
La seconda fase è costituita dal complesso unitario degli edifici citati, con vani a destinazione abitativa, la vasca e due pozzi. 
L'articolazione planimetrica dell'edificio principale sembra presupporre usi differenti per le diverse stanze, ipotesi che sembrerebbe confermata dalla presenza di livelli di battuto solo all'interno di alcune aree. Si deve supporre che i restanti vani prevedessero un piano di calpestìo in tavole e stuoie. 
Lo scavo ha evidenziato i livelli di abbandono della struttura, ricchi di materiale ceramico, tra cui i diversi frammenti di ceramica a vernice nera, diversi frammenti di ceramica d'uso, fra cui alcuni frammenti di olla con orlo a mandorla, genericamente databili ad età medio-Repubblicana, ed una moneta della serie romano-campana (D/ Testa di Giano, R/Prora della nave, Legenda/ ROMA). 
per quanto riguarda la tecnica costruttiva degli alzati, la presenza di fondazioni continue e di zoccolature in parte emergenti giustifica la ricostruzione di alzati a graticcio. La mancanza, all'interno degli strati di abbandono di una notevole quantità di frammenti di tegole, induce a suppporre una copertura in materiale deperibile. 
La terza fase di frequentazione dell'area, di cui non è stato possibile individuare strutture e stratigrafie pertinenti, è testimoniata dal rinvenimento di una limitata quantità di frammenti di ceramica di uso comune e da mensa ascrivibili ad un periodo compreso tra la piena età Imperiale e l'epoca tardo-antica, forse facenti parte di un piccolo tesoretto, successivamente sconvolto e disperso dai lavori di aratura. 
L'elemento più significativo, in termini di analisi topografica generale, sembra essere la coincidenza delle strutture della fase 2, con i limites catastali che una vasta bibliografia ha riconosciuto nella zona ad Ovest di Aquinum, generalmente attribuita ad età triumvirale ed articolata secondo quadrati di 20 actus di lato. 

Il Melfa ed i suoi attraversamenti. 
Da quanto sin qui esposto emerge con evidenza come il paleoambiente, in particolare la presenza del fiume e delle possibilità di attraversamento, abbia determinato e condizionato le scelte insediamentali, nonché il sistema dela viabilità principale della zona, nella sua evoluzione diacronica. 
Lo studio dei resti dei due ponti che, nelle diverse fasi cronologiche, consentirono alla strada romana di attraversare il fiume Melfa, costituisce un contributo fondamemntale per la comprensione dei diversi tracciati della Via latina. 
I resti di ponte romano sono infatti ancora visibili immediatamente al di sotto del viadotto dell'Autostrada Roma-Napoli, a poca distanza dalla chiesa medioevale di S. Lucia. Il ponte, detto della Madonnina, per la presenza di un'icona della Madonna nella parte interna della spalletta superiore, viene ricostruito come una struttura a tre arcate, su piloni in opera cementizia con paramento in blocchetti di calcare locale. la presenza di fasi edilizie medioevali sovrapposte alle strutture romane assicura la lunga funzione d'uso del monumento, ma la mancanza di un adeguato apparato di studi di carattere scientifico circa le sue fasi costruttive ed i relativi aspetti strutturali, rende difficile aderire ad una qualsiasi delle diverse proposte avanzate circa la sua attribuzione cronologica. 
In ogni caso, il ponte sembrerebbe essere relativo al tracciato che corrisponde all'attuale Via Casediane, che attraverserebbe il Melfa in quello che appare come il punto di guado più favorevole. 
All'incirca mt 350 più a valle, in località  S. Vito, sono visiibli, sia sulla riva destra che sulla sinistra del Melfa, i resti di quello che viene interpretato come un secondo ponte o come un impianto di attracco per un traghetto fluviale. 
Si tratta di due grosse piattaforme in blocchi squadrati di travertino locale, probabilmente di reimpiego, messi in opera senza legante. Fino al 1986 erano inoltre visibili una serie di spezzoni di pali con le punta rinforzate in ferro, recentemente interpretati come elementi delle casseforme in calcestruzzo su cui poggiavano le pilae... 
I resti di questo ponte, che viene ritenuto generalemnte più antico rispetto a quello della Madonnina, non sembrano essere, però, in diretta relazione con alcuno dei tracciati proposti per la Via Latina, dal momento che il percorso che ricalca gli assi di centurazione arriva sul Melfa in località Torre del Duca, 400 mt. ca più a valle dei resti sin qui descritti. 
Va considerato, però, il fatto che il Melfa presenta in generale sponde molto distanti tra loro, tali da permettere l'attraversamento solo in pochi punti obbligati. Non si può dunque escludere la possibilità che esistesse un raccordo tra la via che insisteva sui limites centuriali ed il punto o i punti obbligati di guado sul fiume. 
E' pertanto possibile che la Via Latina attraversasse il Melfa in corrispondenza del ponte San Vito e si disponesse poi secondo l'orientamento della cd Via Romana, anche in epoca precedente alla deduzione della colonia. 
E' evidente, pertanto, che le possibilità di attraversamento del Melfa condizionarono le scelte insediamentali, portando alla formazione del paesaggio storico del comprensorio, nel quale l'aspetto ambientale e la presenza antropica sono complementari e reciprocamente condizionanti: la geomorfologia determina le scelte insediamentalil, il connubio tra queste e l'ambiente circostante porta alla formazione del paesaggio storico; questo, a sua volta, impone adattamenti che condizionano le soluzioni di occupazione del territorio. 

Il Massiccio dell'Asprano 
In quest'ottica, agli albori del II millennio di questa era, sulle pendici del monte Asprano sorge un villaggio fortificato a controllo dell'attraversamento del Melfa. in età romana i dati archeologici acquisiti dallo scavo pongono l'accento sul paesaggio agrario, con particolare riguardo alla centurazione, all'assegnazione delle terre e quindi del sorgere delle fattorie caratterizzate dalla presenza ripetitiva di fornaci, pozzi, vasche e vaschette rivestite di cocciopesto, di cui gli esempi di Casale Starza e di Scolpeto si ripetono in analoghi insediamenti in tutto il territorio di Aquinum, fino al confine con gli agri Interamna Lirenas e di Casinum
Le testimonianze archeologiche note lasciano attualmente un vuoto conoscitivo per quanto riguarda il passaggio della piccola proprietà al latifondo attraverso l'evoluzione della villa rustica. Solo la prosecuzione degli scavi archeologici su tutto il territorio, non solo di Roccasecca, ma anche di Castrocielo e di Aquino (cioè su tutto il territorio della Aquinum romana), la correlazione dei dati ed un approfondimento generale della ricerca territoriale potrà portare alle necessarie risposte. Al momento prendiamo atto solo dell'assenza di tali dati per il territorio in esame, tranne alcune sporadiche tracce di frequentazione, come la tomba tardo-antica in località Casale Starza ed il tesoretto in località  Scolpeto. 
Il primo fenomeno territoriale di cui è nuovamente possibile riscontrare attestazioni archeologiche nel comprensorio di Roccasecca è quelo relativo all'incastellamento sul Massiccio dell'Asprano, nell'ambito di un processo largamente attestato in Italia a partire dal X sexc. d.C., con l'aggregazione di una comunità attorno ad una residenza signorile fortificata. nasce così il borgo, o villaggio fortificato, che rappresenta una delle grandi rivoluzioni all'alba del secondo millennio. 
In tale incastellamento confluiscono due distinti processi: da un lato la concentrazione della popolazione, prima dispersa nelle campagne, in un insediamento accentrato, dall'altro la costruzione di difese atte a proteggere la totalità o la gran parte di questo insediamento. 
Il villaggio fortificato si configura così come uno spazio stretto all'interno della cinta castrense, con le case addossate alla rocca, sorta di castello nel castello, con la torre ed il palazzo signorile. 
La rocca è una dimora fortificata, con torri agli angoli ed un recinto, che rappresenta una muraglia impenetrabile in caso di assedio. La rocca è dotata di pozzi e cisterne, cantine e magazzini per i viveri, fienili e stalle, un'attrezzata cucina, una grande sala per pranzi, balli, feste, corti di giustizia, cerimonie militari, ricevimenti. 
Al di là dei cambiamenti delle strutture difensive e delle sistemazioni edilizie, il castelo è e rimane nei secoli, non la residenz esclusiva dei nobili e dei loro clienti, ma un villaggio fortificato. 
Il villaggio fortificato è un'entità urbanistica, sociale ed economica che, in tutto il territorio europeo, tra il IX e il XII secolo, modifica profondamente il paesaggio, in un processo di mutamento della dinamica antropica nei suoi aspetti insediamentali e produttivi, soprattutto per quanto riguarda la gestione e l'organizzazione del territorio. 
Il sistema del latifondo, che aveva caratterizzato il tardo impero, viene progressivamente cancellato. Al suo posto si sviluppano forme di sfruttamento sistematico delle risorse naturali; le terre che si estendono oltre il perimetro delle mura del borgo vengono suddivise in tre fasce anulari, in funzione dell'utilizzazione dei terreni: a ridosso delle case dei villaggi si coltivano gli orti, al di là di questi le vigne, nella fascia più ampia e distante le colture cerealicole. 
L'introduzione di questo nuovo sistema determina un sensibile aumento della produttività dei terreni, quindi una maggiore disponibilità di risorse: nasce così l'economia rurale. 
All'origine dell'incastellamento, quindi, vi fu l'esigenza delle famiglie nobili e delle comunità monastiche di colonizzare nuove terre e di instaurare uno stretto controllo economico e politico sulla popolazione rurale, difendendola anche da incursioni barbariche. 
La fondazione del villaggio fortificato di Roccasecca si rivela emblematica di tale processo storico, politico ed economico. In particolare, si inserisce nella dinamica del contrastato rapporto tra Conti d'Aquino, Conti di Pontecorvo e la potente Abbazia di Montecassino, interessata ad estendere il proprio dominio sui territori confinanti. 
Il ruolo strategico che ha connotato il territorio di Roccasecca fin dall'età più antica rende l'area ancora particolarmente appetibile per le mire espansionistiche dell'abate di Montecassino, Mansone, che nel 994, approfittando di vincoli di amicizia e di parentela si fece confermare la concessione (erogata dal Conte Guido di Pontecorvo) di tutto il massiccio del Monte Asprano. Per difendere questa concessione, ed ancor più il conseguente possesso di tale importantissima area strategica, nel 995 lo stesso abate diede inizio alla costruzione di un fortilizio sul versante occidentale del monte, a controllo dell'attraversamento del Melfa. 
Seguì un breve periodo di espansione territoriale da parte dell'abate Mansone ai danni dei Conti di Aquino, che ebbe fine il 14 novembre 996, con l'accecamento dell'abate, vittima di un agguato. Il conte d'Aquino Atenolfo, quindi, occupò il castello di Roccasecca e ne fece smantellare le difese. 
Ai primi dell'anno 1000 il castello venne ricostruito per iniziativa dei Conti d'Aquino, restando tuttavia oggetto di contesa per oltre mezzo secolo. 
Proprio queste vicende militari fanno sì che il castrum  cum rocca, sorto sul monte Asprano, associ in sé non solo le caratteristiche di vilaggio fortificato legato alla nuova struttura agraria, ma anche quella di fortezza millitare, "ripetendo" in Rocasecca ciò che era stato l'insediamento di Aquinum all'epoca della deduzione della colonia. 
Fino a questo momento gli studi relativi al sito hanno affrontato le problematiche soprattutto dal punto di vista dell'indagine storica, documentaria ed archivistica. L'analisi del sito non è mai stata affrontata, invece, da un punto di vista archeologico, nemmeno in forma preliminare, tanto che i dotti studi finora effettuati si sarebbe portati ad  immaginare l'esistenza solo del castello, isolato sulle cime del monte. 
Da quanto sinora esposto risulta evidente, invece, che il castello è solo parte di un insieme urbanistico di cui si può intuire le complessità già dagli elementi strutturali, finora inediti, recentemente rilevati tra rovi e crolli. 
Da questi elementi, sia pur parziali, è possibile leggere un tessuto urbanistico condizionato dalla morfologia del sito, ma tuttavia abbastanza regolare nell'organizzazione quasi a spina di pesce, che lascerebbe intuire un percorso centrale verso la rocca. 
Per questi motivi si ritiene di rimandare alle dotte dissertazioni già edite per quantro attiene alla conoscenza delle vicende storiche di roccasecca, ponendo in questa sede, invece, l'accento sull'aspetto prettamente archeologico che solo potrà consentire la conoscenza del complesso monumentale, i restauri e la futura fruizione. 
Attualmente il villaggio fortificato di Roccasecca è conservato a livello di rudere. Restano parte dell'imponente circuito murario, quasi nella sua totalità inforrato, la rocca e i ruderi, relativi alle abitazioni del villaggio, ridotti per lo più a livello di fondazioni. 
Una prima ricognizione, che ha portato al rilievo preliminare del complesso, ha lasciato intravvedere una situazione articolata, che sembra rispondere ad esigenze diverse: produttive, abitative ed artiginali. 
Infatti la vita del borgo, pur con una connotazione rurale molto forte, è scandita non solo dal lavoro dei campi, ma anche dalle attività artigianali, legate alla trasformazione delle materie prime, che non vengono più lavorate all'interno di ciascun nucleo familiare in funzione delle proprie necessità ma da artigiani a tempo pieno, al servizio del'intera comunità. 
Gli ambienti individuati, le cisterne, i piani pavimentali in cocciopesto, tipici delle aree produttive, lasciano ipotizzare anche per il villaggio fortificato di Roccasecca la presenza di fucine per i metalli, di impianti per la tessitura, di laboratori per la concia delle pelli  e per la lavorazione del legno, così come per l'età romana le fornaci e le vasche di decantazione in località Casale Starza erano la testimonianza di un'attività produttiva legata alla lavorazione dell'argilla. 

Tra il Melfa e l'Asprano: le divagazioni archeologiche che ci hanno accompagnato attraverso il territorio di Roccasecca possono e debbono costituire il punto di partenza per la conoscenza scientifica e per la valorizzazione , anche turistica, di una parte significativa del Latium adiectum e delle trasformazioni politiche, sociali ed economiche che portarono all'evoluzione dalla forma urbana di tradizione romana al sorgere ed allo sviluppo del borgo fortificato medioevale. 
 

 


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