Quaderni Roccaseccani 7

 

PREFAZIONE

Quando l’amministrazione comunale di Roccasecca mi commissionò questo lavoro da ultimare per la riapertura della casa municipale, fui sul punto di declinare: troppo limitato era il lasso di tempo che mi separava dalla scadenza e troppo impegnativo il compito di ricostruire oltre due secoli di storia. I Boncompagni infatti hanno governato il nostro paese per 213 anni, dal 1583 al declinare del XVIII secolo, quando i loro possedimenti vennero reintegrati nel regio demanio, determinando l’epilogo dell’istituzione feudale.

Poi però ho cambiato idea: troppo stuzzicante era l’occasione per rievocare accadimenti che costituiscono la spina dorsale della millenaria storia di Roccasecca. D’altro canto le minuziose ricerche effettuate quarant’anni fa da Francesco Scandone (sarebbe il caso di procedere alla ristampa delle sue opere) segnavano in maniera indelebile la via da seguire: egli , con mirabile precisione, aveva annotato, sia pure di sfuggita, le vicende che hanno contraddistinto la storia roccaseccana, cogliendone i momenti più salienti e significativi.

Si è trattato quindi, visto il poco tempo a disposizione, di ampliare soltanto le ricerche improntandole, quasi esclusivamente, ad una matrice bibliografica: logico completamento sarebbe stata la consultazione di quella massa ingente di materiale, contenuto nel fondo Boncompagni-Ludovisi dell’Archivio Vaticano che, come ha dimostrato il Pagano, fornisce notizie estremamente preziose.

Non mancano comunque in questo lavoro note inedite: mi riferisco ad esempio, ai "regali dispacci" del 1796, rintracciati nella Biblioteca Nazionale di Napoli, che illustrano le modalità del reintegro demaniale dei beni feudali. Interessanti poi le vicende che hanno portato all’istituzione a Roccasecca del "catasto onciario", argomento sul quale mi riprometto di tornare in maniera più particolareggiata.

In parole povere si tratta di un lavoro per così dire "interlocutorio", che avrà bisogno di opportune integrazioni, specie alla luce del materiale archivistico capitolino.

Nel ringraziare l’Amministrazione Comunale di Roccasecca, che da qualche tempo sta facendo della cultura il suo cavallo di battaglia, e la serie dei "quaderni roccaseccani" sta lì a dimostrarlo inequivocabilmente, mi auguro che questo opuscolo possa concorrere a celebrare degnamente la tanto attesa riapertura della casa municipale, di quella che ancora oggi, come un tempo, è per i roccaseccani, il "palazzo della corte".

 

 

Roccasecca, settembre 2000 Fernando Riccardi

 

 

 

I BONCOMPAGNI E ROCCASECCA  (1583-1796)

di Fernando Riccardi

Il 5 maggio del 1583 costituisce per la millenaria storia di Roccasecca un momento importante: in tale giorno infatti il marchese Alfonso III De Avalos De Aquino, trovandosi in gravi difficoltà economiche, cedette i feudi di Aquino e di Arpino al duca di Sora Giacomo Boncompagni per la somma di 243.000 ducati.

La ratifica della vendita fu sottoscritta dalle parti il successivo 26 maggio, giorno che taluni fanno coincidere con la data dell’acquisto.

Lo "stato" di Aquino comprendeva Castrocielo, Palazzolo, Colle San Magno, Terelle, Roccasecca, Caprile ed ovviamente Aquino.

Quello di Arpino invece annoverava Santopadre, Schiavi (l’odierna Fontechiari), Casale (l’odierna Casalattico), Casalvieri, Pescosolido e la stessa Arpino.

Dopo oltre quattro secoli quindi, la gloriosa dinastia dei D’Aquino usciva definitivamente di scena abbandonando quei territori contraddistinti da tanti memorabili accadimenti.

Francesco Scandone nella sua magistrale opera sulla storia di Roccasecca (1), punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia indagare sulle vicende passate della nostra cittadina, riporta la ratifica dell’atto di vendita: "In anno 1583 a 26 maggio lo illustre Alfonso moderno marchese del Vasto vende libere et absolute absque pacto redimendi all’illustre Giacomo Boncompagni duca di Sora lo detto Stato … consistente videlicet: Aquino, Roccasecca, Castroceli, Terella, Santopatre, Colle s. Manco, Caprile (2), Schiavi, Palazzolo, Pescosolido, Casalvieri, Casale et Arpino cum omnibus eorum iuribus et iurisdictionibus mero et mixto imperio. Banco iustitiae et cognitione primarum et secondarum causarum, et cum corporibus feudalibus particulariter expressis. E questo per duc. Ducentoquarantatremilia".

L’atto vero e proprio, a cui la corte di Napoli dette il Regio Assenso nel medesimo giorno, fu redatto dal notaio Aniello Martino, con un "istromento" del 3 giugno del 1583.

Da notare che qualche anno prima (1579) lo stesso Giacomo Boncompagni aveva acquistato i finitimi ducati di Sora e di Arce (3) dal duca di Urbino Francesco Maria della Rovere, che comprendevano le "terre" di Sora, Arce, Rocca d’Arce, Brocco (l’odierna Broccostella), Castelluccio (l’odierna Castelliri), Col Dragone (l’odierna Colfelice), Fontana (oggi Fontana Liri), Isola (oggi Isola del Liri) e Isoletta (4).

Nel breve spazio di quattro anni dunque Giacomo Boncompagni, sfruttando il prestigio paterno, era riuscito ad entrare in possesso dell’intera valle del Liri, mettendo insieme i ducati di Sora e di Arce ed i contigui stati di Arpino e di Aquino, territori rientranti tutti nel Regno di Napoli (5) di cui costituivano la provincia di Terra di Lavoro.

Assai interessante una "informatione", ossia una relazione, che il Boncompagni aveva commissionato nel 1582, per avere una visione più chiara delle "terre" che andava ad acquistare: le trattative infatti erano iniziate già nel 1576 fra Camillo Volta, intermediario dei Boncompagni, e la marchesa di Pescara Isabella Gonzaga, per conto del figlio Alfonso ancora minorenne.

In questo prezioso documento, conservato presso il fondo Boncompagni Ludovisi dell’Archivio Vaticano (6), un lungo paragrafo è dedicato a Roccasecca (7), parte integrante della contea di Aquino. "E’ terra che prima habitava in una schena di Montagna, hoggi pian piano se ne scende ad habitare in quella parte, che la chiamano la Valle è aperta e divisa in quattro ponti, cioè Caprile, ch’è disgionta da Roccasecca per la via della Montagna un quinto di miglio, et per il piano mezzo miglio Castello, Granaro, et la Valle, che tutte insieme fanno una Coita. Come sono divisi d’habitatione, così sono d’anime, et tra di loro vi sono delle brighe, et come quelli che sono avvezzi a vivere a libertà ed ad insinuarsi per qual via possano alla gratia di chi governa, et quasi farli fare a modo et voluntà loro, sono pronti al male ed ad ofendersi tra essi. Sono persone industriose et vi sono di quelle ch’hanno qualche notabile facultà rispetto al paese. Vi è ogni mercoledì il mercato ove ci è qualche concorso di robba et vi si fanno delle faccende, massime l’inverno a tempo delli porci. Caprile è di fuochi 119, anime 578. Roccasecca è di 468 et anime 2000. Insieme con Caprile è numerato fochi 436. Il signore vi ha un Palazzo, chje ha alcune stantiaccie quasi inhabitabili ove fa residentia il vicemarchese. E’ posto nella Valle nella piazza del Mercato. Nel suo territorio è una chiesa sotto il titolo di S. Pietro di Campeia nella quale s’hanno in molta veneratione le reliquie di quell’Heremita, che predisse alla Madre il nascimento di santo Tomaso d’Aquino. Vi ha oltre la detta giurisditione, due Molini de grano su l’acqua della Melfa, che si affittano ogn’anno tomoli quattrocento settanta di grano… n. 470 li Molini da Oglio, ove quei che hanno olive sono obbligati a portarle a macinare et pagano d’ogni imposta due coppie rendono un’anno per l’altro can.te dugento venti d’oglio a lib. 66 per can.ta … n. 220 le risposte de Terreni che stanno locati posti in diverse parte come alle Tora tom.li 64 al Vto, lo comune, le scolpeta di tomoli 15 al 7mo, l’Antera, et utti sono Terreni magri et rispondono di sette et di dieci una, eccetto alcuni pochi vicini alla Terra, che rispondono, al 3° et al quarto di capacità in tutto come sta notato nell’Inventario di Tomoli … importano insieme con le risposte delle territorio dello colle ogni Anno tomoli ottanta in circa … n. 80 La Mro d’Attia si affitta centoventi et centotrenta ducati l’anno … n. 130 la Balia centodieci … n. 110 la colta di S. Maria ducati trenta … n. 30 la vigna sotto il Palazzo domanio della corte di tomoli 6 in circa si affittava ducati 13, hoggi sta ducati ventisette … n. 27 Frutti pendenti un’anno per l’altro ducati venti et venticinque … n. 20 Tutte le entrate delle Terre poste di sopra furono sei anni sono affittate per duc.ti 2200 l'anno, li quattro seguenti sono state a 2608, et hoggi a 3666 2/3, ma computate le spese et fatiche che ci correno, è da persone intelligenti reputato affitto da far fallire gli Affittuari o conduttori di dette entrate" (8).

La relazione, dopo aver analizzato minuziosamente tutte le altre "terre" con le relative caratteristiche, si concludeva con un capitolo intitolato "Commodità che apporta l’Unione di questi due stati con quello di Sora" (9), cosa che puntualmente avvenne l’anno successivo (1583).

Nello strumento di acquisto era previsto che l’acquirente rilevasse "in toto" la situazione del precedente proprietario. E così, per ciò che concerne Roccasecca e Caprile, come si evince da un altro documento conservato nell’Archivio Vaticano, il duca Boncompagni introitava i proventi derivanti dalla " colta ordinaria", "la mastrodattia", "la montagna di caira", "la bagliva", "la colta che paga l’Uni.tà", "lo censo del molino", e "li territori adohati" (10).

Fra gli adempimenti invece quello di fornire "tomoli quindici di grano, un ducato di denari et barili de vino al clero di Roccasecca" e l’altro di "tomoli venti di grano e canate nove d’oglio all’Ecc.a di S. Pietro di Campeto" (11).

Nel bel libro di Baffioni e Boncompagni Ludovisi è riportata anche la lettera di commiato che Don Alfonso De Avalos De Aquino, marchese del Vasto, indirizzò ai suoi vecchi sudditi. "Habbiamo fatto vendita di quelli stati all’Ill.mo et Ecc.mo Sig.or Giacomo Boncompagni Duca di Sora, et se bene per restar privi di così buoni, et fideli Vassalli sentimo dispiacere, non di meno restano molto contenti, che la vendita sia fatta ad un Sig.or di tanta bontà, prudenza et valore, come S. E. essendo sicuri che non potrete se non riceverne quei buoni trattamenti, favori et gratie che saranno possibili, però non mancarete con ogni sorte di volontà, fede, et devotione riceverlo, et tenerlo per vro Prone, dandogli la corporale, et pacifica poss.ne di tutte le Terre, beni, entrate, et ragioni, che a noi spettano conforme alle cautele, che ne sono state fatte, et prestandogli ogni debita obedientia, ossequio et sera solito come conviene ad amorevoli et fideli Vassalli, et così vi esortiamo, et ordiniamo ad esseguirlo senza contraddittione alcune certificandovi, che haveremo à memoria sempre l’amorevolezza et affett.ne che havete continuam.te mostrata verso di noi, et delli Sig.ri Antecessori. N. S. vi conservi. Di Roma a VIJ di Maggio 1583. Il Marchese del Vasto" (12).

A questo punto però è opportuno chiedersi: chi era Giacomo Boncompagni e che cosa lo spinse ad irrompere in maniera così perentoria nei destini della media e bassa valle del Liri?

Giacomo era nato a Bologna l’8 maggio del 1548 da Ugo Boncompagni e da Maddalena Fulchini di Carpi. In quel tempo Ugo, che avrebbe di lì a poco collezionato un "cursus honorum" ecclesiastico di primissimo piano, semplice chierico, si trovava a Bologna per seguire il Concilio di Trento che si era momentaneamente (dal 1545 al 1547) trasferito nella città emiliana, ed alloggiava presso l’abitazione del fratello Girolamo e della cognata Laura del Ferro.

Nel palazzo Boncompagni si trovava, alle dipendenze di donna Laura, anche Maddalena di Carpi, che le fonti menzionano come "donna soluta"; dalla relazione fra Maddalena ed il chierico Ugo, nel 1548 nacque, come già detto, Giacomo (13).

Due mesi più tardi (5 luglio 1548) Ugo fece riconoscere il piccolo come suo figlio legittimo dal vescovo di Feltre. E fin qui niente di eccezionale. Sta di fatto però che Ugo Boncompagni, con il passare del tempo, fece, come si suol dire, "carriera". Nel 1558, a dieci anni dalla nascita del figlio, diventò vescovo di Vieste, nel 1565 cardinale di San Sisto ed infine il 13 maggio del 1572 venne eletto al soglio pontificio, assumendo il nome di Gregorio XIII.

Ma, nel frattempo, che ne era stato del piccolo Giacomo?

Per appianare lo scandalo derivante dalla relazione fra un aristocratico ed una donna di umili origini (qualche storico, nel tentativo di camuffare l’imbarazzante evento, definisce Giacomo nipote del papa o meglio "stretto parente di Sua Santità"), i Boncompagni fecero sposare Maddalena con un certo Simone, "muratore" milanese, assegnandole una dote di 125 scudi d’oro.

Giacomo invece fu affidato alle cure degli zii Girolamo e Laura che non avevano figli. Quindi, nel 1556, alla morte dello zio Girolamo, Giacomo venne affidato all’altro zio Ugo ed alla moglie Cecilia Bargellini.

Questa volta la scelta non fu delle più felici: e così quando il bimbo fu colpito da un calcio di cavallo, il padre lo tolse dalla casa del fratello e lo portò con sé a Trento dove si trovava per seguire il Concilio (1562).

Iniziò da questo momento per il giovane Giacomo, aveva appena 14 anni, un periodo alquanto movimentato che lo vedrà stabilirsi prima a Padova per curarsi dall’artrite e dalla sciatica, malanni che lo tormenteranno per tutta la vita, poi a Bologna dove venne affidato ai Gesuiti, quindi di nuovo a Padova ed a Venezia.

I documenti contenuti nell’Archivio Vaticano ci descrivono Giacomo: "di statura mediocre, più tosto breve che lunga, più tosto nervoso, ossuto e macro che carnoso, né grosso, agile, destro e dove bisogna veloce e celere …" (14).

Eletto nel 1572 il padre Ugo pontefice, Giacomo si trasferì a Roma dove, il 23 maggio, appena dieci giorni dalla nomina papale, divenne prefetto di Castel Sant’Angelo, con l’appannaggio di 700 scudi d’oro, carica questa che manterrà per tutta la durata del pontificato paterno.

Quindi, in rapida successione, il papa concesse al figlio la prefettura delle castellanie dello stato della Chiesa ed infine lo nominò Governatore Generale delle milizie pontificie, ossia Generale di Santa Romana Chiesa. Come si può vedere quindi una carriera a dir poco repentina e sfolgorante, all’insegna del più puro nepotismo, tentazione questa alla quale Gregorio XIII, come del resto più o meno tutti gli altri pontefici di questo periodo, non seppe assolutamente resistere.

Nell’adempimento di tale carica Giacomo si recò prima ad Ancona e poi a Ferrara dove restò fino al 1574.

Intanto era giunto per lui il momento di convolare a giuste nozze: dopo aver intrapreso trattative con le pretendenti più in vista della aristocrazia italiana, nel 1576 Giacomo contrasse matrimonio con Costanza Sforza (15) dei conti di Santa Fiora, più giovane di una decina d’anni.

Dall’unione nacquero ben 14 figli, 10 femmine e 4 maschi (16), che vanno ad aggiungersi a quelli nati da relazioni precedenti al matrimonio.

Sempre nel 1576, dopo essersi reso responsabile di una vicenda che suscitò notevole scalpore nell’ambiente romano (aveva infatti liberato dalla prigione un familiare accusato di omicidio, costringendo il papa ad inviarlo al confino a Perugia, provvedimento poi subito revocato; il servo invece, imprigionato di nuovo, fu immediatamente giustiziato) Gregorio XIII lo nominò Governatore di Fermo, incarico triennale che gli sarà rinnovato per altre due volte, nel 1581 e nel 1584, con la facoltà di provvedere alla tratta del grano dal Regno di Napoli alla Marca.

Nel frattempo, grazie al prestigio dell’illustre genitore, Giacomo Boncompagni era diventato un personaggio di primissimo piano nel panorama politico italiano. Piovevano di continuo su di lui cariche onorifiche e riconoscimenti e molte città facevano a gara per ascriverlo al proprio ceto nobiliare.

Gregorio XIII però non poteva ritenersi soddisfatto: egli infatti cullava l’ambizioso proposito di creare al figlio un vero e proprio stato.

Dopo il fallimento per l’acquisto del marchesato di Saluzzo nel 1577 (vi era stata l’offerta di ben 600.000 scudi d’oro), nello stesso anno il papa acquistò per 70.000 scudi d’oro ferraresi, da Alfonso II d’Este, il piccolo marchesato di Vignola con i feudi minori di Savignano e di Montefestino. L’acquisizione del piccolo possedimento emiliano non poteva soddisfare la smodata ambizione papale: e così, superata una grave infermità che aveva messo a repentaglio la vita di Giacomo (nel 1578, a Roma, gli era stato addirittura impartito l’olio santo), dopo il fallimento delle trattative per l’acquisto del feudo di Valditaro, nel 1579 Gregorio XIII interpose i suoi buoni uffici per l’acquisto del più consistente ducato di Sora e di Arce, per cui furono sborsate a Francesco Maria della Rovere 100.000 scudi d’oro, 30.000 offerti personalmente dal papa.

Dopo aver ricevuto l’investitura nel feudo da parte di Filippo II (23 dicembre), nei primi mesi del nuovo anno Giacomo Boncompagni si recò a Sora per ricevere l’omaggio dei suoi nuovi sudditi.

Né con l’acquisto del ducato di Sora ebbe a cessare l’attività di "espansione territoriale" di Gregorio XIII a favore del figlio: infatti, venuto meno l’acquisto della finitima contea di Alvito, nel 1583, grazie all’esborso di 243.000 ducati (17) versati ad Alfonso III De Avalos De Aquino, Giacomo Boncompagni ottenne anche il possesso degli "stati" di Aquino e di Arpino (18).

All’età di soli 35 anni quindi Giacomo racchiudeva nella sua persona le cariche di Generale di Santa Romana Chiesa, di Governatore di Fermo, di marchese di Vignola e di duca di Sora, Arce, Arpino ed Aquino (19). Senza contare poi gli altri innumerevoli e remunerativi incarichi che gli piovevano addosso dalla corte pontificia, come la concessione del "ritratto dei malefici" nel territorio di Fermo, ossia il ricavato delle multe inflitte agli operatori di arti magiche ed occulte o la possibilità di emettere salvacondotti "ad personam" per l’intero stato della Chiesa (20).

Qualche anno prima (1581) Giacomo aveva ricevuto dal padre l’incarico di procedere assieme a Latino Orsini, alla repressione del banditismo, fenomeno endemico nell’Italia centrale e meridionale, che sarà estirpato con molte difficoltà soltanto trecento anni più tardi (21).

Come si può notare quindi Giacomo Boncompagni era diventato un personaggio estremamente importante: e continuò ad esserlo anche dopo la morte del padre avvenuta il 10 aprile del 1585.

Non a caso proprio a lui fu affidato il compito di garantire la pace nello Stato della Chiesa, durante il periodo della "sede vacante": a tal scopo gli si affidò un esercito di 2000 fanti e quattro compagnie di cavalleria leggera (22).

Fino all’ultimo Gregorio pensò al futuro del figlio: basti pensare che nel febbraio aveva destinato 36.000 scudi d’oro alla dote delle nipoti (23). Scomparso il padre Giacomo non reputò più necessario restare a Roma: d’altro canto, nel breve volgere di qualche mese, il nuovo pontefice Sisto V gli tolse tutte le cariche.

Per questo si recò a Sora, nel suo nuovo ducato; in questo periodo restò invischiato in una oscura faccenda, accaduta proprio tra Sora ed Isola, che culminò per lui con la grave accusa di brigantaggio. Il procedimento che seguì presso la corte regia di Napoli, si concluse con una grave condanna per Giacomo: l’esilio dal territorio del vicereame per 5 anni (ott. 1586); un anno dopo però, il re Filippo II revocò il provvedimento (ott. 1587).

Nella primavera dell’anno successivo Giacomo si imbarcò a Gaeta e, dopo aver sostato per qualche tempo a Genova, giunse a Milano: già da qualche anno (1575) infatti Filippo II lo aveva nominato "Capitano Generale delle genti d’armi" nello stato di Milano.

Il suo soggiorno in Lombardia, alternato a visite più o meno fugaci nel suo ducato di Vignola (qui l’8 maggio del 1590 la moglie Costanza partorì Gregorio, che sarà il secondo duca di Sora), durò fino ai primi mesi del 1591.

Intanto grandi eventi si erano verificati a Roma: il 27 agosto del 1590 era morto Sisto V ed al soglio pontificio era salito il cardinale Giambattista Castagna che prese il nome di Urbano VII (15 settembre 1590). Però, dopo soli dodici giorni il nuovo pontefice morì (27 settembre) rendendo di nuovo vacante la sede papale.

Il 5 dicembre del 1590 il conclave elesse papa il cardinale Niccolò Sfrondato che prese il nome di Gregorio XIV, in onore al suo precedente omonimo, che lo aveva elevato al cardinalato.

Queste turbolente vicende indussero Giacomo Boncampagni a far ritorno in quel di Roma; nell’inverno del 1591 affrontò quindi il lungo viaggio facendo tappa a Venezia, a Padova dove si ammalò e sostò per qualche tempo (le cagionevoli condizioni di salute saranno un motivo ricorrente della sua vita), per giungere a Roma nell’ottobre dello stesso anno.

Però, proprio mentre Giacomo compiva il lungo viaggio, anche Gregorio XIV (16 ottobre 1591) passava a miglior vita, lasciando il soglio papale al cardinale Giovanni Antonio Facchinetti che, il 29 ottobre, fu eletto papa con il nome di Innocenzo IX.

Evidentemente però il periodo non era granché propizio per i pontefici: già vecchio e malato infatti Innocenzo IX, il 30 dicembre del 1591 moriva, lasciando il Boncompagni, con il quale intratteneva una stretta amicizia, nella più cupa disperazione e, quel che era più importante, senza un influente punto di appoggio a Roma.

Ad angustiare Giacomo era soprattutto la situazione economica che, dopo la morte dell’illustre genitore, era di molto peggiorata; né le recenti acquisizioni territoriali, in primis il ducato di Sora, del quale anzi spesso e volentieri si lamentava, affacciando anche l’ipotesi di disfarsene, gli procuravano quelle entrate sufficienti a far fronte ad una vita dispendiosa, lussuosa e smodata, alla stregua di un dignitario spagnolo.

Nel frattempo Filippo II continuava a pretendere il suo ritorno a Milano affinché adempisse agli oneri connessi alla sua carica.

Dopo qualche tentennamento Giacomo, nel novembre del 1593, approdò di nuovo a Milano. Questo suo secondo soggiorno milanese si trascinò, fra frequenti viaggi a Roma, fino al 1606.

La sua inquietudine era connessa soprattutto alla mancanza di operazioni militari nelle quali, a suo avviso, si sentiva particolarmente portato.

Nel frattempo la famiglia, già dal 1602, si era stabilita nel ducato di Sora, prendendo dimora nel palazzo di Isola: in questo periodo era la moglie Costanza ad interessarsi dell’amministrazione dello stato feudale, in quanto il marito continuava a restare a Milano.

Nel 1607 Giacomo fece ritorno a Roma per le nozze del figlio Gregorio con la nobildonna Eleonora Zapata (24), celebrate ufficialmente nel febbraio dell’anno successivo.

Iniziò, da questo momento, l’ultima fase della vita di Giacomo Boncompagni, sempre più tormentata dalla recrudescenza dei tanti malanni.

Nel 1610 si trovava sicuramente a Milano dove, deluso e prostrato dalle pessime condizioni di salute, cercava disperatamente di abbandonare l’incarico militare.

L’anno successivo, svincolatosi finalmente dalla carica, abbandonò Milano e si ricongiunse alla famiglia nel ducato di Sora, dove, il 18 agosto del 1612, all’età di 64 anni, passò a miglior vita (25).

Giacomo Boncompagni aveva governato il ducato di Sora per ben 33 anni, dal 1579 al 1612.

Si era trattato però di un governo esercitato quasi sempre per interposta persona, stante la sua continua assenza "in loco": proprio per questo è difficile riscontrare in Roccasecca e dintorni, traccia palpabile della sua presenza e della sua attività amministrativa.

Però, anche se esercitato per mezzo di funzionari ducali, si trattò pur sempre di un potere assoluto e rigoroso alla stregua, del resto, di quanto accadeva negli altri possedimenti feudali italiani in quel periodo.

Illuminante, a tal riguardo, l’analisi di Guido Pescosolido che fotografa perfettamente la situazione dell’amministrazione feudale nel corso del XVI secolo. "Nel Cinquecento, pur nella variabilità delle diverse situazioni locali, la sfera dei poteri giurisdizionali del barone continuò ad essere molto estesa: prime cause civili, criminali e miste; secondo e in qualche caso anche terzo grado di giudizio; potestà discrezionale di remissione dei delitti, acquisizione dei proventi delle pene comminate e dei beni confiscati senza obbligo di rendiconto; forgiudica, ossia diritto di condanna, quasi sempre con diritto di confisca dei beni, nei riguardi di persone bandite e di latitanti ancora dopo un anno; nomina di giudici e ufficiali; concessione delle cosiddette quattro lettere arbitrarie, ossia della possibilità per il feudatario di trasformare pene corporali in pene pecuniarie. Ai poteri giurisdizionali si aggiungevano quelli specificatamente economici, parte cospicua dei quali derivava dallo stesso esercizio dei diritti giurisdizionali (bagliva, portolania, mastrodattia, adoa, catapania). A questi redditi si aggiungevano quelli ricavati dallo sfruttamento diretto delle terre feudali, dalla percezione di terraggi, erbaggi, canoni per la concessione enfiteutiche. Terza componente della rendita feudale era quella derivante dall’affitto dei fabbricati e della gestione diretta o dalla concessione in affitto di impianti di prima trasformazione di prodotti agricoli (mulini, gualcherie, trappeti) la cui attività spettava in privativa al barone. Di queste tre fonti di entrata la più importante rimase sempre e quasi ovunque quella derivante dalla gestione diretta o indiretta delle terre" (26).

Ma come funzionava il sistema governativo nel ducato di Sora? Una descrizione molto efficace è fornita da Angelo Nicosia. "A capo dell’amministrazione del piccolo feudo, come rappresentante del duca, doveva esservi un Capitano – probabilmente di provenienza esterna e forse a durata annuale – dipendente in via diretta dal Governatore generale residente a Sora. Di sicuro vi era un Luogotenente, come rappresentante e sostituto del Capitano in caso di assenza. Il Capitano ed il Luogotenente si avvalevano del lavoro di un Mastrodatti, che praticamente fungeva da segretario scrivano per tutti gli atti pubblici ed era scelto tra i notai del paese, che forse si avvicendavano nell’incarico annualmente. L’opera di questi Ufficiali doveva svolgersi nel rispetto di uno Statuto accordato dal feudatario ai cittadini ed era sottoposta a sindacato, ovvero al giudizio dei rappresentanti civici locali". (27).

E’ indubbio comunque che Giacomo, almeno nei primi anni del suo ducato, abbia portato avanti delle iniziative interessanti, miranti alla ristrutturazione ed all’ammodernamento della struttura economica e sociale dei suoi possedimenti.

In quest’ottica va vista l’introduzione della lavorazione della lana, attività industriale impiantata ad Isola dal fiorentino Meo Neri, proprio su sollecitazione del Boncompagni (1581) e l’acquisto, nel 1583, della cartiera di Carnello posta sul fiume Fibreno. Per l’acquisizione di tale complesso che costituisce il primo nucleo di quella che sarà negli anni successivi il grande complesso industriale cartario di Isola Liri, il Boncompagni sborsò a Francesco Angelico Fantoni, fiorentino ma sorano d’adozione, la cospicua somma di 1.500 ducati (28).

Anche l’attività edilizia non fu estranea alle preoccupazioni di Giacomo: a tal proposito può ricordarsi la ristrutturazione del palazzo di Isola Liri (a testimonianza di ciò sul contrafforte del castello è incisa la data del 1582) (29), che diventerà la sede ducale e la costruzione del centro abitato di Coldragone, l’odierna Colfelice, alla cui realizzazione parteciparono parecchi "manovali" di Roccasecca e di Caprile (30), ultimato, seppure parzialmente, nel corso del 1583.

Notevole fu anche l’attività politica diretta a preservare le prerogative del suo feudo dalle ingerenze dei due stati confinanti, il Regno delle due Sicilie a sud e lo stato Pontificio a nord, anche se seppe mantenere la barra del suo timone sempre orientata verso posizioni filo-spagnole. Numerosi i documenti che attestano l’operosità del duca di Sora nel difendere i diritti del suo feudo dalle invadenze e dalle usurpazioni degli stati confinanti.

Ma dove l’attività e l’estro del Boncompagni risaltò in maniera più che evidente fu sicuramente nel campo culturale: oltre alla benemerita raccolta dei documenti relativi agli anni del pontificato del padre, che saranno più tardi raccolti negli Annali dal Maffei, basti pensare che il duca fece realizzare nel suo palazzo ad Isola, un piccolo teatro con tanto di palcoscenico, chiamandovi a recitare gli artisti dalla vicina urbe.

Né si può ignorare la sua grande passione per la musica: di qui le frequentazioni con il noto musicista Pier Luigi da Palestrina, che gli dedicò il primo libro dei suoi Madrigali e il secondo libro dei Mottetti e con il compositore veronese Vincenzo Ruffo.

Fu inoltre un grande appassionato del gioco degli scacchi ed a lui furono dedicati alcuni trattati sulla materia.

Da rimarcare infine il rapporto epistolare con Torquato Tasso, con lo storico Carlo Sigonio, con il cardinale di Milano Carlo Borromeo e con tanti altri artisti, letterati e scienziati del tempo, all’insegna di un fervore culturale di primissimo piano che valsero a Giacomo Boncompagni la dedica di molte opere letterarie e non, comparse nell’ultimo scorcio del XVI secolo.

Per ciò che concerne più specificatamente Roccasecca bisogna far notare che nel 1589, ad appena 6 anni dal suo insediamento nello stato aquinate, Giacomo Boncompagni ordinò che fosse compilato "in Roccasecca il catasto, con l’apprezzo dei beni posseduti dai cittadini e dai forestieri, ed anche dei loro animali" (31): ciò al fine di misurare, in maniera precisa, la consistenza dei beni che facevano parte dei possedimenti acquisiti.

Non è improbabile che tale provvedimento sia stato esteso anche alle altre "terre" facenti parte del ducato di Sora.

Alla morte di Giacomo, nel 1612, subentrò nel possesso dei beni, il figlio Gregorio, nato a Vignola l’8 maggio del 1590, che diventò il secondo duca di Sora con il nome di Gregorio I.

Questi ebbe la possibilità di succedere nel possesso del ducato poiché erano venuti a mancare sia Girolamo, che Giacomo aveva avuto da una relazione extra matrimoniale, sia gli altri due fratelli maggiori, Ugo e Sforza. Gregorio continuò ad adottare nell’amministrazione dei feudi la politica paterna, impegnandosi specialmente nel potenziamento dell’attività industriale: non a caso, nel 1623, ottenne la regia concessione per impiantare una "ferriera" nel ducato.

L’anno precedente Filippo IV "per onorare la memoria di Gregorio XIII lo nominò capitano generale degli uomini d’arme nello stato di Milano e gli conferì nel 1623 il comando di una compagnia d’uomini d’arme a cavallo nel Regno di Napoli" (32).

Fu, come del resto tutti i componenti della sua famiglia, un uomo molto pio: non a caso, come scrive il Litta, "beneficiò il collegio de’ Gesuiti di Sora aumentandone le rendite".

Morto Gregorio il 18 ottobre del 1628, il ducato di Sora passò nelle mani del figlio primogenito Giovan Giacomo ancora minorenne: per questo tutta l’intricata procedura successoria fu intentata dal cardinale Boncompagni, tutore e zio del piccolo, che si avvalse, a sua volta, del procuratore Giovan Domenico Cantelmo (33).

Le fonti non attestano particolari significativi del ducato di Giovan Giacomo Boncompagni anche perché il 21 aprile del 1636, colpito dal vaiolo mentre si trovava a Napoli, all’età di soli 23 anni, passò a miglior vita: non avendo eredi legittimi, lasciò i possedimenti feudali nelle mani del fratello Ugo che invece, ironia della sorte, resterà in carica per oltre quarant’anni.

E toccò proprio ad Ugo Boncompagni, che aveva sposato Maria Ruffo, sorella del duca di Bagnara (34), fronteggiare nel 1647, quella grave insidia conosciuta come "sollevazione paponiana", che per parecchi mesi gettò lo scompiglio nelle terre del ducato di Sora e, più in generale, nel territorio del Lazio meridionale e del casertano.

L’avventura di Domenico Colessa, soprannominato Papone, nato a Caprile nel 1607, pastore di capre, poi "birro" ed infine "scorridore di campagna", iniziò il 7 luglio del 1647, quando in seguito alla rivolta di Masaniello, vennnero liberati a Napoli tutti i detenuti: fra coloro che si giovarono di questo provvedimento vi fu anche Papone che, già da qualche tempo, si trovava rinchiuso nelle carceri di S. Maria di Agnone.

Tornato in libertà e radunata una turba di 2000 "fuorusciti", come si diceva allora, iniziò a tormentare l’intero territorio del basso Lazio, riuscendo persino ad impadronirsi di importanti città quali Sora, capitale del ducato omonimo, e San Germano, l’odierna Cassino.

A proposito dell’occupazione di Sora il De Santis narra che Papone il 28 novembre 1647 "entrò di bel mezzodì in Sora, liberò indifferentemente tutti i prigioni, tagliò a pezzi quelli che gli si opponevano armati, e tra di essi due creati del padrone di detto luogo (n.d.a. il duca di Sora); e fè gridar Viva il popolo e il Duca di Guisa" (35).

Appresa la notizia dell’occupazione di Sora il duca Ugo Boncompagni, che si trovava a Napoli, accorse prontamente a capo di un esercito, per tentare di ristabilire la normalità della situazione. Però, intercettata la turba paponiana nei pressi del Garigliano "per trovarsi con forze minori non stimò assalirlo" (36).

La vicenda si risolverà soltanto nell’agosto del 1648 quando, catturato a Rieti, Papone fu condotto a Napoli, sottoposto a processo e condannato a morte mediante "arrotamento e squartamento".

La sentenza fu eseguita nella piazza del Mercato il 26 di agosto alla presenza di una folla ragguardevole e silenziosa.

"Il cadavere di Papone rimase esposto al pubblico per due giorni interi; successivamente il corpo fu deposto e sottoposto alla operazione dello squarto. E così il capo fu condotto nella città di Sora, luogo delle sue prime scorribande, mentre le restanti membra furono appese a Caprile e nei paesi vicini e lì restarono per parecchio tempo a testimoniare, con la loro lugubre e macabra presenza, quale fosse la sorte riservata a tutti coloro che, come Papone, cullando sogni ambiziosi, si arrogano il diritto di comandare popoli e di sottomettere terre, sostituendosi alla legittima autorità ed incuranti della sua inevitabile reazione e repressione" (37).

La tragica fine di Papone segnò la conclusione dei disordini nel ducato di Sora: e che non sia stata una vicenda di poco conto è attestato dalla testimonianza del Cayro il quale (38) dice che nel Duomo di Napoli, alla presenza di una folla strabocchevole e festante, si innalzò un solenne Te Deum per sottolineare la fine del brigante e la conclusione di ogni ostilità (39).

Il lungo periodo che vide Ugo rimanere duca di Sora, non fu propizio né sicuramente fausto.

Non si era ancora spenta l’eco degli sconvolgimenti paponiani infatti (40) che, nel luglio del 1654, una violenta scossa di terremoto si abbatté sui centri del ducato e sulla città di Sora, portando con sé una tragica scia di morte e di distruzione.

Pochi anni dopo (1656/1657) fu la volta di una virulenta epidemia di peste i cui esiti dovettero essere disastrosi sulle popolazioni del luogo e dell’Italia centro-meridionale in genere: basti pensare che nell’intero Regno di Napoli morirono più di 1/5 degli abitanti e nella città di Napoli la metà dei cittadini.

Queste catastrofi si verificarono a distanza così ravvicinata che prostrarono terribilmente il territorio del ducato di Sora che, nella seconda metà del ‘600, versava in condizioni disastrose.

Relativamente a Roccasecca, vista la scomparsa dei registri parrocchiali di quel periodo, non abbiamo dati precisi che possano attestare la gravità di tali fenomeni ed in particolar modo il tasso di mortalità, sicuramente elevato, che colpì la popolazione.

Ci si doveva comunque trovare in una situazione a dir poco critica, se, come riferisce lo Scandone, nel 1660 l’università di Roccasecca "ottenne il Regio Assenso per una nuova gabella sui pesi e misure perché la maggior parte dei cittadini se n'erano andati via" (41).

Il 20 settembre del 1676 intanto moriva Ugo Boncompagni: si insediava così sul ducato di Sora il figlio primogenito (42) che, per distinguersi dal suo predecessore, assunse il nome di Gregorio II.

Giovanissimo (43) aveva contratto matrimonio con Giustina Gallio, figlia del duca Tolomeo II, signore del finitimo "stato" di Alvito (44).

Proprio in questo periodo dovrebbero essere stati realizzati i magnifici stucchi contenuti nel palazzo di Isola Liri tra i quali compare anche quello di Roccasecca.

Il pannello roccaseccano è conservato, come gli altri, nella "sala degli stucchi" del castello Boncompagni, dal 1919 proprietà della famiglia Viscogliosi. Fa parte di una serie di 18 raffigurazioni rappresentanti i possedimenti dei Boncompagni nel ducato di Sora e di Arce e negli "stati" di Arpino e di Aquino.

Essi risalgono alla seconda metà del XVII secolo (45) e la particolarità è di straordinaria importanza: siamo di fronte infatti alla prima e più antica immagine di Roccasecca.

Lo stucco, posto in alto sulla parete dello splendido salone, è inserito in una cornice rettangolare di gesso con striature in finto marmo. Sulla sommità del disegno è raffigurato un insolito festone con la scritta "Rocca Sicca Patria D. Thomae Aquino". In primo piano, sulla vetta dell’Asprano, il maniero dei conti d’Aquino con l’inconfondibile torre cilindrica. Appena al di sotto, sulle propaggini della montagna, la chiesetta di San Tommaso con accanto il vecchio convento domenicano del XV secolo. Ancora più in basso la chiesa della SS. ma Annunziata con addossate le case del borgo medievale del Castello. Facilmente identificabile via Vallefredda, la stradina che dal borgo menava alla Valle nonché gli altri due tratturi che si ricongiungono alla odierna via d’Aquino la quale, dal nucleo urbano di Santo Janni, taglia orizzontalmente la vasta piana del Melfa. Sulla destra, al di sotto della torre cilindrica, si scorge Caprile con il vetusto eremo di S. Angelo in Asprano. Nella campagna sottostante infine si riconosce la chiesetta della Madonna del Pozzo, attualmente dedicata ai Santi Apostoli Filippo e Giacomo (46).

Prima di subentrare al padre nel ducato, Gregorio si era distinto nella repressione dei "banditi" che infestavano a quel tempo l’Italia centrale. Per questa sua attività però incappò nelle ire del pontefice Clemente X che reclamava a gran voce la consegna dei malfattori catturati nel territorio dello Stato della Chiesa: fu, nel 1674, persino scomunicato, anche se il provvedimento nei suoi confronti fu ben presto revocato (47).

Nel 1677 l’università di Roccasecca ottenne un Regio Assenso con il quale si istituiva una nuova tassa per far fronte non solo al pagamento di alcuni assegnamenti fiscali spettanti al duca di Sora, ma anche agli aiuti che erano stati forniti ai cittadini durante i difficili periodi precedenti.

Il debito avrebbe dovuto essere estinto nel corso di un biennio però, come riferisce lo Scandone, il duca "si rese benemerito dell’università, non solo col differire il pagamento di alcune rate di fiscali a lui concessi dalla Regia Corte, ma aiutando con proprio denaro quei suoi sudditi, in tempo di grande penuria, per rifornirli di grano e di olio" (48).

Il matrimonio fra Gregorio II e Giustina non portò all’instaurazione fra i Boncompagni ed i Gallio dei classici rapporti di buon vicinato: non a caso sul declinare del XVII secolo scoppiò una lite fra lo stesso Gregorio II e il cognato Francesco, successo al padre Tolomeo II nel ducato di Alvito. Rosanna Tempesta descrive mirabilmente la situazione: "La lite nacque per un mulino feudale che il duca di Sora, da oltre vent’anni, possedeva in una zona distante circa 2 miglia dal ponte d’Apino (attuale ponte Tapino), che delimitava le due giurisdizioni territoriali. Finché Francesco ebbe disponibilità di fondi, tra i due cognati regnò l’accordo, ma quando l’alvitano si trovò a corto di denaro studiò in tutti i modi come procurarselo, anche con la frode. Francesco cercò di dimostrare che il mulino del Duca di Sora e le sue opere di presa intralciavano il deflusso delle trote nelle acque del Fibreno. La causa fu istruita, ma, nonostante gli intrighi, il commissario Argento decise che fossero demolite solo quelle opere che potevano ostacolare il passaggio delle trote e stabilì che il mulino non poteva nuocere al transito dei pesci, perché lo steccato, che serviva come adduttore dell'acqua, occupava solo una esigua parte del letto del fiume" (49).

Sfortunatamente l’unione fra Gregorio e Cristina non fu allietata dalla nascita di figli (50) e così, quando quest’ultima, ancora giovane, venne a mancare (1679), il duca Boncompagni sposò in seconde nozze Ippolita Ludovisi (1682), che gli portò in dote il principato di Piombino e di Venosa (51).

Anche da questa seconda unione però non scaturirono eredi di sesso maschile (52): e così quando il 1° febbraio del 1707 Gregorio II passò a miglior vita (53) il ducato di Sora restò nelle mani del fratello Antonio che nel 1702 aveva sposato la nipote Maria Eleonora, anche per far sì che i Boncompagni non uscissero definitivamente di scena.

Antonio, Gran Siniscalco del Regno di Napoli, insignito del prestigioso Ordine del Toson d’Oro, si distinse specialmente per l’impegno con il quale si dedicò all’incremento delle fabbriche di Isola e di Arpino e per l’intensificazione che seppe procurare ai traffici commerciali con il finitimo Stato Pontificio.

Istituì anche "una dotazione in favore dei Gesuiti, acciò non mancasse mai la predicazione ne’ vari luoghi del Ducato di Sora, né risparmiò mai spesa a vantaggio de’ suoi vassalli nel ristauro de’ pubblici edifizj" (54).

Quando il 28 gennaio del 1731 si spense, nel testamento lasciò i beni feudali al figlio Gaetano (55), ignorando la circostanza che essi appartenevano in effetti, alla consorte Maria Eleonora.

E così, malgrado la palese violazione, Gaetano nel 1731 divenne duca di Sora e principe di Piombino; Maria Eleonora invece morì il 9 gennaio del 1745 (56).

Riconquistato nel 1734 il Regno di Napoli dopo la breve parentesi austriaca, Carlo III di Borbone, da vero sovrano "illuminato", decideva di dare un nuovo volto ai suoi possedimenti meridionali. Avvalendosi dell’ausilio di valenti giuristi ed economisti napoletani quali Galiani, Filangeri e Genovesi, nonché della preziosa collaborazione del ministro Tanucci, mise in atto svariate iniziative di grande utilità e di indubbio spessore. Fu avviata inoltre una seria riforma fiscale che avrebbe dovuto rivitalizzare le attività economiche oltre ad assicurare una maggiore giustizia fra i vari ceti sociali, annullando quella dannosa sperequazione fonte di tanti dissidi e sconvolgimenti.

Perno di questa attività riformista fu, senza ombra di dubbio, l’istituzione del "catasto onciario" di cui erano obbligate a dotarsi tutte le università del Regno.

Lo Scandone, con la sua solita precisione e concisione, spiega il meccanismo della nuova istituzione: "Ogni cittadino era obbligato a presentare la ‘rivela’ (n.d.a. l’odierna dichiarazione dei redditi o unico che dir si voglia) di tutte le rendite provenienti da beni immobiliari e mobili e dalla propria attività di lavoro, anche semplicemente manuale. La somma globale veniva calcolata in once per il valore, ognuna, di 6 ducati. La somma di tutte le imposte si sarebbe divisa per il numero delle once rivelate in tutta l’università. Il coefficiente così trovato sarebbe stato applicato a calcolare ciò che avrebbe dovuto pagare ciascuno dei contribuenti moltiplicandolo per le sue once" (57).

Un’analisi dettagliata e precisa del nuovo sistema impositivo che rappresentò un qualcosa di rivoluzionario per le popolazioni e le municipalità del meridione, è fornita da Domenico Cedrone, nella sua opera sul catasto di Gallinaro. "Erano soggetti alla tassa tutti i terreni del Regno nella misura del cinque per cento sul reddito annuo, ovvero tre carlini ad oncia, dedottene le spese di coltivazione. Erano esenti i beni feudali e i terreni appartenenti al patrimonio sacro, secondo il concordato, purché questi ultimi non avessero una rendita inferiore a ducati 24 e non superassero la rendita di ducati 40, dei quali però si doveva fare la rivela. La casa adibita a propria abitazione era immune da tassa, delle altre si tassava il reddito del fitto, detratte le spese di manutenzione. Gli animali che formavano l’oncia d’industria erano tassati al 10 per cento, fatta eccezione degli animali ‘ad instructionem feudi’ perché facevano parte dei beni feudali ed erano esenti. Erano tassati il denaro che si aveva in commercio e i censi attivi. Per quanto riguarda i cittadini, oltre a pagare per i beni posseduti, erano tassati anche per la testa nella misura di un ducato (questa tassa era dovuta dal solo capofamiglia) ed in più erano tassati per l’industria o arte che esercitavano. Erano esenti per il ‘testatico’ tutte le persone che vivevano nobilmente o con la rendita dei propri averi e tutti coloro che esercitavano una professione nobile, ovvero medici, dottori di legge, giudici e notai. Non pagavano i 10 carlini i sessagenari e i minori di 18 anni. L’esenzione però era limitata ai dieci carlini e, nel caso l’università non riusciva a fare il ‘pieno’, dovendosi aumentare la tassa della testa, gli esenti, eccetto i minori di diciotto anni che ‘de jure non sono sottoposti al pagamento di testa in qualsivoglia somma venga la medesima tassata’, dovevano contribuire pagando la quota eccedente i dieci carlini. Per quanto riguarda la tassa dell’industria o dell’arte, essa non era uguale per tutti ma differente per categoria: gli speziali ed i procuratori erano tassati per once 16; i suonatori, massari, cucitori, calzolai, barbieri e bottegai per once 14; infine i vatecali, potatori, ortolani e bracciali per once 12. Le once d’industria dovevano essere pagate anche dai lavoratori compresi nella fascia di età tra i 14 ed i 18 anni in ragione della metà. Non erano tenute a pagare il testatico e la tassa del mestiere le donne e le persone che vivevano nobilmente. Le persone che pagavano le tasse erano suddivise in: forestieri bonatenenti che contribuivano alla tassa dei carlini 42 per fuoco per quanti erano i fuochi fiscali dell’università; forestieri abitanti che, oltre a contribuire alla tassa per i fuochi, pagavano anche lo ‘jus habitationis’ nella misura di 15 carlini ed in più contribuivano a pagare alcune spese ‘comunitative’; cittadini dell’università i quali dovevano contribuire a coprire tutti i pesi che essa sopportava. Per quanto riguarda il clero, si hanno due categorie: gli ecclesiastici ‘in minoribus’ e gli ecclesiastici ascesi agli ordini sacri: i primi dovevano pagare per i beni posseduti a seconda della categoria di appartenenza (forestieri bonatenenti, forestieri abitanti o cittadini), ma non pagavano il testatico e la tassa delle once d’industria. Gli ecclesiastici ascesi agli ordini sacri erano tassati solamente per l’eccedenza del patrimonio sacro. I beni appartenenti ai luoghi pii, secondo il concordato, erano tassati per la metà se i beni erano stati acquistati prima del concordato e per intero se erano stati acquistati dopo. Non erano soggetti a tassa i beni di seminari, parrocchie e ospedali. Vi erano poi delle persone che godevano di alcuni privilegi che davano diritto ad una esenzione totale o parziale (cittadini napoletani, padri onusti di dodici figli, gli abitanti di Cave). La formazione del catasto onciario, molto elaborata e complessa, avviene attraverso una sequenza di atti prescritti nelle prammatiche emanate dalla Regia Camera. Le disposizioni emanate con la prammatica I, che poi erano le prime istruzioni, risalgono al 17 marzo del 1741; esse riguardavano gli atti preliminari spettanti alle università ed erano: atti, apprezzi e rivele che una volta portati a termine, dovevano essere inviati all’autorità centrale a cui spettava la formazione dell’onciario, cioè la determinazione del censo da pagare. Ma, a poca distanza di tempo, nel mese di giugno dello stesso anno, Carlo III, nella sua lotta contro il potere ecclesiastico, giungeva ad un concordato con la S. Sede, il che comportò una serie di integrazioni e modifiche delle prime istruzioni. La Regia Camera integrò le prime istruzioni con disposizioni che vanno sotto il nome di ‘Avvertimenti’ e il 23 di agosto stabilì di inviarle a tutte le università del Regno con l’ordine di immediata esecuzione delle stesse ed in più decretò di affidare il compito alle stesse università per la formazione dell’onciario. Questa decisione sarà molto criticata da giuristi ed economisti in quanto, rimettendo il tutto ad una commissione eletta dal parlamento cittadino, veniva a mancare l’obiettività reale dell’operazione. Queste seconde istruzioni furono inviate alle università il 28 settembre del 1742, concedendo quattro mesi di tempo per il completamento delle operazioni. Il ‘librone dell’onciario’ doveva essere redatto in doppio esemplare, uno destinato alla stessa università, l’altro, corredato da tutti gli annessi (preliminari, apprezzo, rivele, atti), doveva essere inviato al grande Archivio della Camera della Sommaria di Napoli" (58).

Anche Roccasecca naturalmente, fu chiamata a conformarsi alle nuove disposizioni.

Nel 1742 il governatore era Giuseppe Pellegrini che si avvaleva della collaborazione del cancelliere Giuseppe Renzi. Il governo cittadino invece, entrato in vigore nel settembre dell’anno precedente, era composto dal "camerlengo" (più o meno l’odierno Sindaco) Geronimo Basi e dagli "ufficiali" (ossia gli attuali assessori) Donato Mancino, don Antonio Adinolfi e Tommaso Antonio Panzini, ognuno per i tre quartieri che componevano la "terra" di Roccasecca, ossia Valle, Castello e Caprile.

Ad ottobre, sotto la direzione del governatore Pellegrini, fu costituita una apposita commissione che aveva il compito di controllare le "rivele". Furono nominati sei "deputati": per il "ceto alto" Francesco Evangelista e Filippo Scorti; per quello "mediano" Giuseppe Renzi e Mariano Cauccio; per il "ceto basso" infine Nicola Di Stasi e Tommaso Tanzillo. Furono altresì nominati in qualità di "periti estimatori" Tommaso Del Pizzo e Antonio Abbate di Roccasecca e Domenico Di Nota e Domenico di Santorenzillo, forestieri, come volevano le disposizioni. Infine il vicario capitolare della diocesi (59) provvide a nominare i "deputati ecclesiastici" nelle persone di don Ottavio Giovinazzi per il clero secolare e di don Bernardo Amati per quello regolare.

Nel dicembre dello stesso anno (1742) si convocò un "parlamento" (ossia, come si direbbe oggi, un consiglio comunale) al quale oltre al governatore Pellegrini, intervennero il nuovo camerlengo Giuseppe Carillo (il governo municipale infatti aveva la durata di un anno) e gli ufficiali Tommaso Antonio Panzino, Giuseppe Patriarca e Tommaso Tanzillo: compito del parlamento roccaseccano era quello di varare il "catasto onciario" che, per disposizione regia, sarebbe dovuto entrare in vigore nel gennaio del 1743 (60).

"Alla fine, esaminate le rivele, e controllato, con l’aiuto degli esperti, il valore in once di tutte le attività dei cittadini e dei forestieri, ed eseguiti i calcoli prescritti, fu menata a termine la compilazione dell’Onciario in duplice esemplare. Di questi fu conservato uno in archivio del comune (n.d.a. andato perduto); inviato l’altro in Napoli alla Sommaria" (61).

Nel catasto onciario di Roccasecca, attualmente conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, è contenuto un lungo elenco di beni feudali posseduti "in loco" dal duca di Sora Gaetano Boncompagni, che riportiamo integralmente. 1) Il palazzo nel luogo detto la Corte vicino la parrocchiale chiesa di S. Margherita, in cui sogliono risiedere i governatori locali; 2) la mastrodattia (62), la bagliva (63) e la Colta di S. Maria (64); 3) il montano che serve anche per la terra del Colle S. Magno; 4) il molino che va compreso nell’affitto con quelli di Aquino; 5) un territorio campese di 1 tomolo e mezzo sopra Torre del Duca; 6) un territorio campese di superficie di tomoli 3 sopra la Strada Romana; 7) un territorio campese di 1 tomolo e mezzo sopra le Panniglie; 8) un territorio campese di tomoli 2 sopra la selva di S. Giovanni; 9) un territorio campese di tomoli 30 a la Fontana di Leggio; 10) un territorio campese di tomoli 2, boscoso con cerri, a lo Fosso manco; 11) un territorio campese di tomoli 10 nello stesso luogo; 12) un territorio inculto e bosco di tomoli 150 a la Selva rotonda; 13) un territorio inculto e bosco di tomoli 60 a Lo Commone; 14) un territorio boscoso di tomoli 60 a S. Mauro; 15) altri territori di limitata estensione, divisi fra 86 censuari.

Si trattava, come è facile notare, di un "corpus patrimoniale" di notevole rilevanza. Spesso era l’università di Roccasecca che si accollava l’onere della manutenzione di siffatti beni.

In un elenco delle spese dell’università, relative all’anno 1777 infatti, si legge: spesi ducati 0,11 "per riattazione fatta all’inserto ossia all’argine anteposto all’acqua per servizio delli molini locali non ostante che siano del barone" (65); ed ancora spesi ducati 1,30 "per far rimettere l’acqua all’alveo delli molini benché baronali" (66).

Le spese inerenti ai beni ducali continuavano anche nell’anno 1778 quando l’università di Roccasecca spese ducati 0,40 "per calce servita per riattare la mola del sig. Principe di Sora" (67), o ducati 0,20 "per far rimettere l’acqua nell’inserto della mola del Principe" (68) ed ancora ducati 0,30 "per riattare un vado nell’inserto della detta mola del principe" (69).

La compilazione del "catasto onciario" non rappresentò per Roccasecca la sola novità di questo periodo; infatti il 29 giugno del 1743 le autorità ecclesiastiche decisero di trasferire a Roccasecca il seminario diocesano e con esso la residenza del vescovo, il tribunale vescovile e l’archivio.

Il seminario aveva avuto fino ad allora una vita estremamente tormentata: aperto ufficialmente ad Aquino il 17 novembre del 1583, grazie all’impegno di mons. Flaminio Filonardi, pochi mesi dopo l’acquisto dello "stato" da parte dei Boncompagni, l’opera rimase incompiuta e finì per essere completamente abbandonata: d’altro canto l’aria malsana di Aquino non favoriva certamente la realizzazione del pur importante progetto (70). Fu allora indispensabile individuare per il seminario una nuova e più dignitosa sede e questa volta la scelta ricadde sulla vicina cittadina di Pontecorvo, possedimento dello Stato Pontificio all’interno del Regno di Napoli, dove, già da qualche tempo i vescovi diocesani avevano trasferito la loro residenza.

La soluzione però non si rivelò definitiva: non era possibile infatti che gli uffici vescovili si trovassero al di fuori del territorio del Regno.

"Per comporre la controversia fu incaricato l’arcivescovo di Nicosia e nunzio apostolico del regno mons. Raynero Simonetti che, ascoltate le ragioni addotte dal nuovo vescovo mons. Francesco Antonio Spadea, dal duca Gaetano Boncompagni-Ludovisi, feudatario del tenimento di Aquino, e dal Capitolo dei canonici, il 29 giugno 1743 determinò che il vescovo ed i suoi successori avrebbero dovuto trasferire da Pontecorvo e perpetuamente mantenere a Roccasecca la propria residenza, il Tribunale vescovile, l’Archivio ed il Seminario. La città di Aquino era ormai in condizioni talmente pietose da non poter ospitare decorosamente la sede episcopale; d’altra parte Roccasecca era molto più popolosa di Aquino, era situata in mezzo alla diocesi, aveva aria salubre e purgata, era poco distante dalla Cattedrale" (71).

La vicenda però era tutt’altro che conclusa: a Roccasecca infatti mancava una struttura idonea ad ospitare il vescovo diocesano ed i suoi uffici.

A questo punto "il Simonetti ingiunse al Duca (n.d.a. Gaetano Boncompagni-Ludovisi), che accettò, di provvedere a proprie spese al reperimento di una casa idonea per stabilirvi il Seminario, ed anche alla cessione del proprio palazzo Baronale per farvi abitare decentemente il Vescovo, il Vicario, la Curia e per conservarsi l’Archivio. Il Papa (n.d.a. Benedetto XIV), riconoscendo la decisione del Nunzio giusta, ragionevole ed in tutto confacente allo stato della Diocesi, la sancì con la sua inviolabile, apostolica autorità in un Breve speciale del 22 agosto 1743" (72).

E così "il Duca Gaetano Boncompagni-Ludovisi, in ottemperanza a quanto convenuto, assegnò per abitazione al Vescovo il proprio Palazzo sito in Roccasecca e subito dopo comprò con proprio danaro diverse case attigue che riadattò per farne un complesso che potesse decentemente servire all’uso prestabilito. I lavori, sostenuti sempre a carico del Duca, comportarono una spesa ammontante a ventimila ducati circa. Terminata la ristrutturazione delle case il duca consegnò il tutto al nuovo Vescovo (n.d.a. mons. Giacinto Sardi, che aveva preso possesso della diocesi di Aquino e Pontecorvo l’11 luglio del 1751; il vescovo Spadea infatti aveva rinunciato al vescovato e si era ritirato a Roma) ed ai suoi successori con atto di donazione stipulato a Roma il 2 giugno 1753, nel Palazzo del Boncompagni stesso, sito in contrada detta ‘la Pilotta’, davanti al notaio D. Cesare Parchetti" (73).

A ricordo di tale donazione mons. Sardi, nel 1755, fece apporre al di sopra del portale di ingresso del seminario, una lapide marmorea che è tuttora visibile (74).

Mario Rossini nella sua minuziosa ricerca sul Seminario di Roccasecca, specifica anche quali furono le case oggetto della donazione effettuata, a dire del duca, "per promuovere il pubblico bene": esse confinavano "a sud con la pubblica piazza; ad est con l’orto e le case degli eredi di Giuseppe Adinolfi, alias Saccuccino, Dott. Filippo Scorti, Rosina Bansi ed altri; a nord con Agata Gallinelli ved. Sagneri, ad ovest con le case del dott. Pietrantonio Notarangeli. Affinché esse potessero essere sempre ben mantenute, il Duca promise e si obbligò di assegnare un fondo di rendita annua di 18 ducati (Atto del notaio Parchetti del 27 maggio 1759), come difatti fece" (75).

Nell’atto di donazione stilato in Roma il 2 giugno del 1753, il duca Gaetano Boncompagni-Ludovisi fece inserire delle clausole importanti sulle quali è opportuno soffermarsi brevemente.

La prima recita testualmente: "delle suddette case se ne sente pienamente trasferito il dominio; ma però ad uso limitato dell’abitazione e residenza de’Vescovi pro tempore, e suoi Ufficiali, e Ministri, e per la ritenzione del Tribunale, Archivio, e Seminario, e che in niuna maniera possono affittarsi, e locarsi ad alcuno, o convertirsi in altri usi, oltre il già espresso".

Un’altra clausola, sempre inserita nell’atto di donazione, vuole "che le case suddette non possono per qualsivoglia causa e motivo, anche giusto ragionevole, ed approvato dalle leggi, alienarsi, ipotecarsi, permutarsi, ed unirsi ad altri anche Luoghi Pii, non ostante qualunque facoltà e licenza che ne ottenessero da leggittimi superiori".

Inoltre "che delle case suddette qualora, o in tutto o in parte contro la volontà di detto Eccellentissimo Signor Duca donante, se ne mutasse l’uso già prefisso per il comodo e residenza de’ Vescovi pro tempore e de’ loro Ufficiali, e per la ritenzione del Tribunale, Archivio e Seminario, o pure si alienassero, o ipotecassero, permutassero, o si unissero, ed applicassero ad altri Luoghi Pii, non se ne sente trasferito, né il dominio, né l’uso. Ma anche in tal casi ed in ciascheduno di essi, tutte ritornino ipse jure et ipso facto ad esso Ecc.mo Sig. duca donante e suoi successori nel Feudo per poterne di bel nuovo liberamente disporre, poiché la sua volontà ed intenzione è sempre stata ed è di donare per gli usi suddetti limitati, altrimenti non verrebbe a tal donazione, purché però la residenza de’ Vescovi, de’ loro Ufficiali, e Curia, del Seminario ed Archivio non venisse a ristabilirsi nella detta città di Aquino nel qual caso solo il medesimo Ecc.mo sig. Donante vuole ed intende che la presente donazione resti nel suo pieno vigore e fermezza".

Seguono infine altre due clausole; la prima "che i Vescovi pro tempore ed il Seminario suddetto siano tenuti presentemente ac Mundo durante nel giorno anniversario della morte di esso Ecc.mo Sig. Duca far celebrare Messa cantata". L’altra "che tal donazione per mezzo di pubblico istrumento, tra lo spazio di tre mesi debba con tutte le condizioni e pesi come sopra espressi accettarsi da detto Monsignor Vescovo" (76).

La qual cosa, ad onor del vero, non accadde: e così se monsignor Sardi accolse senza difficoltà la donazione da parte del Boncompagni con tutte le sue clausole, non altrettanto fece il Capitolo Diocesano che ritenne le stesse del tutto inaccettabili.

Su questo argomento si aprì un aspro contenzioso fra le autorità ecclesiastiche ed i Boncompagni che si trascinerà avanti per parecchio tempo. Basti pensare che nel 1874 Don Antonio Boncompagni-Ludovisi, erede e successore del duca Gaetano che nel 1753 aveva effettuato la donazione, intentò presso il tribunale di Cassino, un’azione legale diretta a riottenere dal Capitolo di Aquino il possesso dei beni donati "stante l’inadempimento delle condizioni scritte nei patti" (77).

Tornando però al periodo che a noi interessa più da vicino, occorre far notare che la munificenza e la generosità da parte del duca Gaetano Boncompagni nei confronti del Seminario non si esaurì con la pur notevole donazione dei fabbricati.

Infatti affinché tale istituzione "possa in tempo avvenire maggiormente ampliarsi e stabilirsi in questa terra" egli donò al Seminario un appezzamento di terra di circa 10 tomoli situato "sotto la muraglia di questa istessa terra di Roccasecca in luogo denominato il campo Marrocchi". "L’Atto, steso dal giudice ai contratti Angelo Castiglia, nel Palazzo dei fratelli Antonio e Francesco Colantonis, fu stipulato fra lo stesso Francesco Colantonis, procuratore del Duca Gaetano Boncompagni Ludovisi, ed il Rev. D. Paolo Colomba, Rettore del Seminario. Una delle obbligazioni sottoscritte ed accettate era che la donazione rimaneva valida fino a quando il Seminario e la Curia Vescovile risiedevano in Roccasecca, altrimenti ‘da ora e per allora resti per nulla, irrita, e cassa, e sia lecito a detto Ecc.mo Sig. Principe e suoi eredi, e successori di riprendere le suddette migliorazioni, e terreno’ " (78).

A questo punto è doveroso abbandonare le pur interessanti vicende del Seminario (79) e tornare all’oggetto della nostra trattazione.

Il fabbricato donato da Gaetano Boncompagni al vescovo di Aquino, costituiva l’originaria sede della "corte", ossia il luogo dove risiedeva il governatore e gli altri funzionari ducali.

Sta di fatto però che nel catasto onciario compilato nel 1742, fra i beni posseduti dai Boncompagni a Roccasecca , figurava "il Palazzo nel luogo detto la Corte vicino la Parrocchiale chiesa di s. Margherita, in cui sogliono risiedere i governatori locali".

Quindi ben prima della donazione, avvenuta nel 1753, il duca Gaetano Boncompagni aveva reputato opportuno trasferire la sede della "corte" nel nuovo palazzo, situato di fronte alla chiesa parrocchiale.

E così, anche se le prime notizie di quello che sarà in seguito il palazzo comunale di Roccasecca risalgono al 1742, possiamo senza dubbio spostare le sue origini ai primi decenni del XVIII secolo: del resto, come si può chiaramente dedurre dalla citazione suddetta, all’epoca dell’introduzione del nuovo sistema fiscale, la sede era già perfettamente funzionante.

Si tratta di una maestosa ma, nello stesso tempo, elegante costruzione a due piani realizzata secondo le austere linee architettoniche dei canoni neoclassici. Dopo aver ospitato fino al 1796 i funzionari ducali ed in particolar modo il governatore, nel 1872 fu acquistata dall’amministrazione comunale di Roccasecca che immediatamente dette inizio ad una serie di lavori di ampliamento e di ristrutturazione, come è ricordato in una lapide marmorea posta sulla destra dell’androne di ingresso (80), terminati nel 1881, che donarono all’edificio quell’aspetto che ancora oggi, in buona parte, sopravvive.

Un’altra lapide, collocata sempre nello spazioso salone di ingresso, ricorda invece il contributo in denaro versato dal comune di Roccasecca per permettere l’erezione a Roma della statua del re Vittorio Emanuele II "gran principe che spese la vita a pro della patria" (81).

Infine un’ultima iscrizione, posta a metà dell’imponente scalinata che conduce alla sala consiliare, ricorda la visita che il pontefice Paolo VI fece a Roccasecca nel 1974, in occasione del VII centenario della morte di San Tommaso d’Aquino (82).

Danneggiata pesantemente dai bombardamenti dell’ultima guerra e poi, più di recente, dalle scosse telluriche del 1984, la struttura è diventata inagibile e gli uffici comunali sono stati provvisoriamente trasferiti prima nel prefabbricato dell’asilo e poi in un’ala del palazzo seminariale.

Finalmente, dopo ben sedici anni di abbandono, grazie a sapienti lavori di restauro e di ripristino, il vecchio e glorioso "palazzo della corte" è risorto in tutto il suo splendore e torna di nuovo ad ospitare, come un tempo, la municipalità di Roccasecca.

La generosità del duca Gaetano fu molto apprezzata a Roccasecca e negli altri centri del ducato (83); e così, quando nel 1777 passò a miglior vita, l’università gli dedicò un solenne funerale, come si apprende dall’elenco delle spese ordinarie sostenute in quell’anno dal governo civico (84). Gaetano Boncompagni fu sicuramente un personaggio di primissimo piano nell’ambito della nobiltà del Regno di Napoli.

Basti pensare che nel 1734 quando Carlo di Borbone fece il suo ingresso in Napoli fu scelto, insieme al principe di Centola, in rappresentanza della nobiltà regnicola, ad offrire al sovrano le chiavi della città.

Insignito nel 1736 del Toson d’Oro, nel 1748 fu nominato maggiordomo maggiore della regina Maria Amalia di Sassonia che andava in sposa al re Carlo; compì inoltre, in qualità di ambasciatore, numerose missioni in Spagna presso il re Filippo V.

Svolse un ruolo di grande importanza nell’ambito della corte napoletana godendo dell’appoggio incondizionato del Re e della Regina. Nel 1747 però, in seguito a contrasti sorti in merito al principato di Piombino, Gaetano si dimise dalla carica di maggiordomo "per attendere personalmente ai gravi interessi della sua casa" (85).

Si ritirò quindi a Roma e non mancò di prendere posizione specie contro la politica ecclesiastica dei Borboni che aveva portato all’espulsione dei Gesuiti dalla Spagna e dal Regno di Napoli (86).

Alla morte di Gaetano nel possesso dei feudi subentrò Antonio II, il primo dei nove figli che Gaetano aveva avuto da Laura Chigi, dama di corte della Regina di Napoli (87).

Il nuovo duca di Sora, che aveva sposato prima Giacinta Orsini e poi, in seconde nozze, Vittoria Sforza Cesarini, venne di persona, nel 1777, a pendere possesso della "terra" di Roccasecca che gli consegnò prontamente le chiavi (88).

E tornò anche l’anno successivo (1778) quando l’università si mobilitò per festeggiare in pompa magna l’evento (89).

Uno dei primi provvedimenti adottati dal duca Antonio fu quello di confermare nella carica di governatore Filippo Coccoli contro di cui, negli anni precedenti, vi erano state parecchie lamentele da parte della cittadinanza, a causa del suo duplice ruolo di capo della corte baronale e di giudice delle seconde cause.

Nel 1778 poi Antonio II nominò "mastrodatti" a Roccasecca, Francesco Catenaccio di Casalvieri: egli, come precisa lo Scandone, potè esercitare l’ufficio "non ostante che vi abitasse una sorella, maritata ad un roccaseccano" (90): non si riscontrò insomma la possibilità di incorrere, come si direbbe oggi, nel reato di interessi privati in atti d’ufficio.

Nel 1794 il canonico della collegiata di Castelluccio (l’odiera Castelliri) Giacinto Pistilli (91), nel quadro di una ristrutturazione economico-industriale della media valle del Liri, prospettava la realizzazione ad Isola Liri di una fabbrica di cannoni e di uno stabilimento per la filatura di ferro, rame ed ottone, sfruttando la forza motrice dei fiumi Liri e Fibreno: lo scopo era quello di strutturare in maniera diversa e più funzionale il territorio che, pur essendo dotato di fabbriche per la lavorazione dei panni di lana, di proprietà ducale, versava in condizioni estremamente arretrate, tanto da costringere numerosi lavoratori ad emigrare nel vicino Stato Pontificio.

Il "piano Pistilli" inoltre prevedeva anche la realizzazione di una strada che congiungesse Sora a Ceprano e quindi la Terra di Lavoro allo Stato Pontificio, degno coronamento della cosiddetta "consolare" che, proprio in quel periodo, andava costruendosi per favorire i collegamenti fra Napoli e le zone limitrofe del Regno (92).

Con tale arteria si favoriva non soltanto lo sviluppo del polo industriale sorano ma si assicurava anche una più rapida e comoda avanzata delle truppe verso la frontiera pontificia, in un momento in cui nubi cariche di tempesta si addensavano pericolosamente all’orizzonte (93).

La "consolare" "viene costruita a decorrere dal 1794 dal colonnello Parisi (n.d.a. era il comandante della Regia Accademia Militare), nominato soprintendente, e dall’ingegner Bartolomeo Grasso, che ne elabora i progetti, con un itinerario più razionale dell’antico tracciato, che seguiva i centri abitati anche sui monti e sui colli. La sua realizzazione si giova del contributo dei baroni e dei comuni posti fino alla distanza di 10 miglia. I ‘ratizzi’ comunali sono limitati ai possedimenti in ragione del valore della proprietà e della distanza dalla strada. La spesa preventiva viene stimata in 300 mila ducati, due terzi a carico dei comuni ed un terzo a carico dei baroni" (94).

Il progetto del nuovo piano industriale elaborato dal Pistilli, non fu accolto di buon occhio da Antonio II Boncompagni che temeva soprattutto per la sorte delle fabbriche di panni, la risorsa economica più rilevante del suo ducato.

Esse però versavano in condizioni veramente disastrose, determinando le lamentele degli stessi operai: il duca infatti pur ricavandone una rendita elevata di circa 14 mila ducati l’anno, non si curava minimamente della loro manutenzione.

Di qui la produzione di un manufatto di pessima qualità e scarsamente concorrenziale, che contribuiva a determinare la fuga dei lavoratori nello Stato della Chiesa.

Il Boncompagni tentò di opporsi al progetto indirizzando anche una relazione circostanziata al Re di Napoli.

Ciò però non fu sufficiente: e così, con un regio dispaccio datato 31 marzo 1795, si dava il via alla realizzazione del "piano Pistilli" e, al contempo, si autorizzava la costruzione della strada Sora-Ceprano (95).

Era questo il primo passo verso quel processo di reintegra del ducato sorano nel demanio regnicolo che di lì a poco si sarebbe concretizzato: del resto troppo importanti, dal punto di vista strategico-militare, erano quei territori, posti a confine con lo Stato Pontificio, perché la corte borbonica, impegnata da tempo nella lotta contro la feudalità ed i suoi privilegi, decidesse di lasciarli alla gestione dei Boncompagni (96).

Di tale inevitabile circostanza poi era perfettamente conscio anche lo stesso duca Antonio che in una sua memoria così scriveva: "Al presente i feudatari non altrimenti si considerano e sono che tanti officiali regi (…) tanti decorati esattori delle rendite vendute o concedute loro dalla corona" (97).

Né poi da parte dell’ultimo duca di Sora si manifestò la volontà di opporsi in qualche modo alla ineluttabilità degli eventi: già da tempo infatti Antonio II, dopo aver abbandonato il palazzo di Isola del Liri, si era trasferito a Roma e mostrava un totale disinteresse per le vicende del suo ducato (98).

A questo punto il frutto era ormai maturo: si procedeva a grandi passi verso la reintegra dei feudi nel regio demanio (99).

Però se Antonio Boncompagni sembrava ormai rassegnato a cedere il suo feudo sorano, era d’altro canto assai agguerrito nel difendere le sue prerogative e nel voler ricavare dalla cessione il maggior utile possibile.

Iniziò a questo punto un lungo ed articolato contenzioso fra i rappresentanti ducali e l’avvocato fiscale Don Nicola Vivenzio, incaricato dalla corte regia di trattare l’affare (100).

Ad un certo momento si ipotizzò anche una permuta: ad Antonio Boncompagni, in cambio del ducato di Sora, sarebbero andati i feudi del principe della Riccia, nel capuano, morto senza lasciare eredi.

Questa soluzione apparve decisamente praticabile tanto è vero che il 1° ottobre del 1795 Vivenzio poteva annunciare a Ferdinando Corradini, segretario del Supremo Consiglio delle Finanze, che aveva finalmente determinato l’ammontare delle rendite di Sora e della Riccia.

Il 31 dicembre dello stesso anno il Supremo Consiglio delle Finanze dichiarava (il dispaccio in effetti porta la data del 16 gennaio 1796) "incorporato alla corona lo Stato di Sora ed Arpino, assegnando in compenso all’ex duca lo Stato della Riccia" (101).

Però, nonostante le incoraggianti premesse, alcune difficoltà sopravvenute (in particolar modo il parere contrario dato dall’Intendenza degli Allodiali) impedirono l’esecuzione della permuta.

Ci si orientò allora a concedere al duca di Sora un corrispettivo adeguato per la perdita dei suoi beni feudali: in parole povere al Boncompagni, in cambio di Sora, "sarebbe stata assicurata una rendita annua eguale a quella che, secondo l’accertamento condotto dal Vivenzio, egli aveva tratto mediamente dal suo feudo" (102).

Tale rendita annuale fu calcolata in una cifra di poco superiore ai 30 mila ducati.

Un dispaccio reale datato 14 luglio 1796 stabiliva che "il compenso per lo Stato di Sora gli sarebbe stato versato non già sotto forma di equivalenti possedimenti feudali (n.d.a. era fallita infatti la permuta con i feudi della Riccia) bensì in partite di arrendamento del medesimo valore nominale" (103).

Questa soluzione incontrò la ferma protesta del duca il quale faceva osservare che "a causa di quell’inaspettata decisione, egli avrebbe perduto dignità e onori e si sarebbe ridotto alla bassa condizione di qualunque privato" (104).

Anche a questa contestazione però l’abile Vivenzio trovò una soluzione, riconoscendo al feudatario un’ulteriore somma "in compenso della Signoria che viene a perdere".

Del resto, come sottolinea lo stesso avvocato fiscale, "le partite di arrendamento sono una rendita certa e sicura, non soggette ad eventualità, ne à spese di amministrazione; viceversa i redditi percepiti dal Buoncompagni sui corpi feudali dello Stato di Sora nel corso dell’ultimo decennio sono andati a decadere di anno in anno. Si aggiunga poi che da essi vanno detratte le spese di amministrazione. In conclusione, il duca avrebbe ricevuto dalla perdita del feudo un vantaggio e non una perdita, perché egli aveva ricavato dai suoi beni molto meno dei 30 mila ducati annui che gli erano stati assegnati" (105).

Il dado ormai era tratto: Antonio Boncompagni dovette piegarsi a questa soluzione che se lo appagava dal punto di vista strettamente finanziario, lo lasciava perplesso quanto alla perdita, assolutamente definitiva, dei suoi possessi feudali e fondiari.

Con un regio dispaccio del 12 agosto 1796, emanato da Arpino (106), il demanio napoletano incorporava tutti i possedimenti che il duca aveva nel territorio del Regno e cioè gli "stati" di Sora, Arce, Arpino ed Aquino (107). Essi furono divisi in quattro giurisdizioni rette da un governatore di nomina regia (108).

Roccasecca fu inserita nella giurisdizione di Aquino assieme a Palazzolo, Terelle e Colle San Magno (20 agosto 1796) (109).

Il governatore regio continuò a risiedere, come un tempo, a Roccasecca che era la "terra più popolata e più centrale in quei tempi: si segnava negli atti così ‘il governatore di Aquino in Roccasecca’. Anche Terelle, Palazzolo o S. Padre ricorrevano allo stesso Governatore" (110).

La notizia è confermata anche dal Cayro che parlando delle comunità di Castrocielo, Colle San Magno e Palazzolo, così si esprime: "Prima ognuna di esse aveva il suo Governatore, e dopo aggregate al Regio demanio hanno dovuto ricorrere a quello d’Aquino, che risiedeva in Roccasecca, e secondo l’ultimo sistema continua ivi a risedere" (111).

E la testimonianza di Pasquale Cayro, che scriveva la sua opera appena 15 anni dopo la devoluzione dei beni feudali al regio demanio, ci sembra assolutamente degna di fede.

E così, nel 1796, dopo ben 213 anni, i Boncompagni (112) abbandonano Roccasecca e la madia-bassa valle del Liri, territori questi incorporati a tutti gli effetti nel Regno delle Due Sicilie.

"Per tal modo, un decennio prima della eversione della feudalità in tutto il regno, Roccasecca fu definitivamente liberata dal secolare giogo feudale": così sintetizza lo Scandone nella sua magistrale opera (113).

A tale affrancamento però, avvenuto in anticipo rispetto al resto del meridione, non faranno seguito periodi di tranquillità e di pace. Grandi calamità infatti incombono su Roccasecca e sul territorio del Lazio meridionale e si materializzeranno, con tutto il loro tragico carico di sangue, di distruzione e di morte, appena tre anni dopo, nel 1799.

Ma questi eventi appartengono ormai ad un’altra epoca.

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