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N
O T E
1)
F. Scandone: "Roccasecca patria di S. Tommaso De
Aquino", Caserta, Società di Storia Patria di Terra di
Lavoro, 1956/1960/1964.
2)
Come si può ricavare dall’atto di vendita, Caprile è considerato
separato da Roccasecca. Questa particolarità si nota anche nei
documenti dei periodi precedenti: evidentemente, ab origine,
Caprile aveva una certa "autonomia", non fosse altro
che geografica, da Roccasecca.
3)
F. M. Pagano, nel suo saggio "Fonti per la storia
del ducato di Sora nell’archivio Boncompagni Ludovisi",
inserito in "Latium", rivista di studi storici
dell’Istituto di Storia ed Arte del Lazio Meridionale di Anagni,
anno II (1985), (pag. 185-234), riporta una interessante "Descritione
dello stato di Sora e suoi confini" (pag. 227-234), forse
di derivazione ecclesiastica e databile fra il 1579 ed il 1580, che
illustra in maniera mirabile la situazione delle terre che il
Boncompagni andava ad acquistare. Parlando di Sora si dice: " Ha
strade strette, non lastricate e mal nette, ha puoche chiese e queste
poverissime e mal ornate, ha brutissime donne, ha medici, ha dottori e
molti altri citadini honorevoli, ma però tutti questi sono puochi
rispetto all’altro numero de poveri e di gente roza che riempie la
città. Le donne per il più vanno scalce, credo per la grande
carestia che ci è di scarpe. Li lavoratori delli terreni stanno
drento, dove anco ritirano li lor bestiami, che causa tanta lordura
per le strade. Ci sono poche boteghe d’orefici e quelle ci sono
tristissime e gl’homini poco industriosi, tanto che pare che nissuno
si curi più di quello che gli basta per vivere poveramente …. Lo
stato tutto può importare circa fuochi 1500, se bene alla numeratione
reggia per li pagamenti fiscali si contorno per manco numero, fa circa
a 7000 anime e fra queste circa 1500 homini da guerra".
4)
Il compromesso per l’acquisto fu stipulato a Roma fra Giacomo
Boncompagni e Baldo Falcucci, procuratore del duca di Urbino, il 12
settembre del 1579. Fu stabilito anche il prezzo fissato in 100.000
scudi d’oro. Il 23 dicembre dello stesso anno Filippo II re di
Spagna concedeva il Regio Assenso, abilitando alla successione del
ducato Girolamo Boncom-pagni, figlio naturale di Giacomo. Nell’aprile
del 1580 Giacomo prendeva possesso del ducato di Sora e riceveva il
giuramento di fedeltà dei suoi nuovi vassalli. Il 5 dicembre dello
stesso anno infine veniva perfezionata la vendita, con atto stilato
dal notaio della Camera Apostolica Taddeo De Marchis. Da notare che a
succedere a Giacomo Boncompagni nel ducato di Sora non fu Girolamo
morto nel 1582, ma Gregorio, il terzo dei maschi legittimi: infatti
anche gli altri due figli che Giacomo aveva avuto da Costanza, Ugo e
Sforza, erano morti rispettivamente nel 1602 e nel 1589. .
5)
Con la pace di Cateau-Cambresìs del 3 aprile 1559, stipulata fra
Enrico II di Francia e Filippo II di Spagna, si concludeva il
conflitto franco-spagnolo che da parecchi decenni sconvolgeva l’intero
continente europeo. La Spagna ampliò notevolmente i suoi possedimenti
in Italia che inglobarono il milanese, il napoletano, la Sicilia, la
Sardegna e lo Stato dei Presidi in Toscana. La corona spagnola inoltre
estese la sua influenza più o meno diretta, anche sullo Stato
Pontificio e su gran parte delle altre entità territoriali italiane;
soltanto Venezia ed i Savoia, nel Piemonte, riuscivano ancora a
sviluppare una politica autonoma. A capo del milanese vi era un
governatore mentre all’amministrazione del Reame di Napoli era
delegato un viceré, dotati entrambi di potere assoluto e scelti fra i
più insigni rappresentanti della nobiltà iberica (Per un’analisi
dettagliata sulle vicende storiche del napoletano nella seconda metà
del XVI secolo: P. Giannone: "Istoria civile del
Regno di Napoli", Capolago 1841; B. Croce: "Storia
del Regno di Napoli", Bari 1953; G. Coniglio:
"I Viceré spagnoli di Napoli", Napoli 1967; R.
Villari: "La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini
(1585-1647)", Roma-Bari 1976).
6)
L’archivio venne donato alla Santa Sede il 26 giugno del 1947 dal
principe Rodolfo Boncompagni Ludovisi e trasferito all’Archivio
Segreto Vaticano mediante diversi versamenti, l’ultimo dei quali
risale al 1952 (S. M. Pagano, op. cit., pag. 187.
7)
In una carta della provincia di Terra di Lavoro, realizzata dal
geografo Nicola Antonio Stigliola nel 1595, pochi anni dopo l’acquisizione
degli "stati" da parte di Giacomo Boncompagni,
accanto alle "università" è segnato anche il numero
dei "fuochi". Con il termine di "fuoco"
si indicava la famiglia, o per meglio dire, il nucleo familiare;
periodicamente l’amministrazione statale procedeva alla "numerazione
dei fuochi" ossia ad un censimento della popolazione che
aveva rilevanza a fini fiscali. Di qui l’introduzione di una tassa,
chiamata appunto "focatico", che veniva riscossa per
famiglia ovvero sia per "fuoco". Illuminante, a tal
riguardo, la disamina dell’abate Benedetto Scafi, che così
sintetizza: "Questa tassa straordinaria fu dall’aragonese
Alfonso I nel 1442 resa ordinaria e fissata per un ducato a ogni
fuoco, compreso un tomolo di sale, ossia rotoli 48, che egli ad ogni
famiglia faceva distribuire. Nel 1449 il fuoco fu portato a carlini
quindici compreso sempre il tomolo di sale che allora costava grana
cinquanta. L’esazione era sempre affidata ai comuni. La numerazione
de’ fuochi poi non corrispondeva mai al numero reale dei fuochi o
famiglie esistenti nel comune; per lo più era di un terzo circa del
numero effettivo, sia che se ne escludessero molti come poveri; sia
che pochi se ne rivelassero per aver basso il carico" (B.
Scafi: "Notizie storiche di Santopadre", Sora
1871, pag. 71 e 72). Ogni "fuoco" mediamente poteva
comprendere dalle tre alle quattro persone. Roccasecca è accreditata
di 480 fuochi che nel 1613, in una carta di Mario Cartaro, diventano
515 (A. Di Biasio: "Terra di Lavoro olim Campania
felix. Configurazione territoriale e istituzioni amministrative. L’età
moderna. Dal decennio francese all’unità d’Italia" (pag
1-122) in "La nascita della provincia di Terra di Lavoro.
Istituzioni e territorio", Napoli 1996, pag. 100; F.
Riccardi-P. Cataldi: "Roccasecca immagini e ricordi",
Frosinone 1997, pag. 22 e 23). Occorre precisare che il calcolo dei
"fuochi" non abbracciava la totalità della
popolazione ma prendeva in considerazione soltanto gli elementi
rilevanti ai fini della contribuzione fiscale che costituivano appena
un terzo dell’intera collettività.
8)
G. Baffioni-P. Boncompagni Ludovisi: "Jacopo
Boncompagni (1548-1612)", Isola del Liri 1997, pag. 89 e
90.
9)
G. Baffioni-P. Boncompagni Ludovisi, op. cit., pag. 97, 98, 99
10)
I Boncompagni, come tutti i signori feudali, non furono sicuramente
teneri nei confronti dei loro feudatari in materia di applicazione di
tasse, tributi o gabelle che dir si voglia: di qui il gran numero di
liti che l’università di Roccasecca intentava contro l’amministrazione
ducale. Le gabelle erano applicate un po’ su tutto, persino sulla
molitura: il duca anzi pretendeva che l’università si accollasse
anche le spese per la manutenzione del mulino e dell’acquedotto, pur
di sua proprietà. Soltanto nel 1796, anno della cessazione del
dominio feudale, Roccasecca fu affrancata da tale iniquo tributo (F.
Scandone: "Roccasecca patria di S. Tommaso De Aquino",
Caserta 1964, pag. 35). Anche a quei tempi la raccolta delle olive
costituiva una delle principali risorse economiche del territorio:
basti pensare che soltanto a Caprile esistevano, fino agli anni ’50
del nostro secolo, ben 4 frantoi. Però i proventi che i contadini
potevano ricavare da tale coltivazione erano davvero esigui, vista la
voracità dell’apparato fiscale feudale. "Nelle nostre
contrade non si potette generalizzare la coltivazione dell’ulivo,
sia perché il Feudatario prendeva il terzo del raccolto, sia perché
i frantoi, per la macina delle olive, erano privativa dello stesso
Feudatario! Vi era qualche pianta di oliva isolata; ma non per farne
olio dai frutti, ma per curarsi in salamoia. Finito il Feudalesimo
incominciarono i privati cittadini ad impiantare oliveti ed a
costruire frantoi! Il Feudatario aveva anche la privativa delle acque
e dei mulini: il grano si doveva macinare nei mulini ducali!! Siccome
vi era anche la privativa dei forni, così il pane non poteva venir
cotto, che nei forni del comune, detti ‘forni della Terra’
" (Mons. R. Bonanni: "Monografie storiche",
Isola del Liri 1926, pag. 201, appendice 10 e 11).
11)
G. Baffioni-P. Boncompagni Ludovisi, op. cit., pag. 104 e 105
12)
G. Baffioni-P. Boncompagni Ludivisi, op. cit., pag. 108 e 109
13)
"A’ suoi tempi lo stato conjugale ne’ preti non faceva
ribrezzo, benché non si chiamasse matrimonio, anzi prima che si
adunasse il Concilio di Trento, si parla della concubina del prete,
siccome di una compagna tollerata, e che godeva privilegio di non
essere sottoposta al foro secolaresco" (P. Litta:
"Famiglie celebri d’Italia", volume V,
"Boncompagni di Bologna", Milano 1819).
14)
G. Baffioni-P. Boncompagni Ludovisi, op. cit., pag. 44
15)
Costanza fu una donna assai pia; non a caso, come riferiusce il Litta,
"chiamò i Gesuiti in Sora fondando nel 1614 e dotando la
chiesa dello Spirito Santo e l’annesso collegio di educazione che
affidò ad essi. Morì in Sora nel 1617, 22 gennaio, di 67 anni"
(P. Litta, op. cit.)
16)
Secondo il Litta dall’unione fra Giacomo Boncompagni e Costanza
Sforza nacquero 12 figli: Scolastica che divenne monaca nel monastero
di San Paolo di Milano, Veronica che seguì l’esempio della sorella,
Giulia che andò in sposa al duca di Bovino, Ugo che morì nel 1602,
Cornelia monaca del monastero di San Paolo, Sforza che morì nel 1589,
Giovanna morta in tenera età, Gregorio che sarà il secondo duce di
Sora, Camilla monaca presso il monastero di Santa Cecilia a Roma,
Sforza che abbracciò la carriera militare,Giovanni che condusse
"vita privata" ed infine Francesco (1596-1644) che fu prima
Cardinale e poi Arcivescovo di Napoli (1626), dove acquistò fama di
santità "per le sue munifiche opere di carità moltiplicatesi
specialmente in occasione della pestilenza che afflisse a lungo la
città".
Secondo
il Pastor i napoletani attribuirono alla santità dell’Arcivescovo
Boncompagni il fatto che la loro città fosse tata risparmiata dall’eruzione
del Vesuvio del 1631 ("Dizionario biografico degli Italiani"
a cura dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1969, pag.
688 e 689).
17)
Per far fronte all’oneroso impegno economico Gregorio XIII aveva
ottenuto dai banchieri Ceuti di Pisa un prestito di 40.000 ducati (G.
Baffioni-P. Boncompagni-Ludovisi, op. cit., pag. 29)
18)
Il Litta specifica che Giacomo Boncompagni "fece acquisto delle
signorie d’Arpino e Roccasecca patrie di Cicerone e di S. Tommaso, e
della contea d’Aquino" (P. Litta, op. cit.)
19)
"Fa per insegna la casa Buoncompagno un mezzo drago d’oro
posto in campo rosso, e di sopra del campo usa di far detto duca l’ombrella
con le chiavi; insegne di esser stato Generale di Santa Chiesa"
(S. Mazzella: "Descrittione del Regno di Napoli",
Napoli 1601, libro II, pag. 518). Lo stesso Mazzella, che riporta due
emblemi del casato (pag. 518 e 529), inserisce i Boncompagni fra le
famiglie nobili del Regno di Napoli ascritte "al seggio di
Capoana" con la seguente motivazione: "La famiglia
Buoncompagno è nobilissima e antica, la sua origine viene da Bologna
e sempre vi furono huomini segnalati e ne’ tempi nostri fu
illustrata grandemente dalla felicissima memoria di Papa Gregorio XIII.
Vive hoggi di questa casa il signor Giacopo, che è duca di Sora e di
Arce, marchese di Vignola, e generale degli huomini d’arme nello
Stato di Milano per la Maestà Cattolica. Fa per arme un mezzo drago e
il campo è rosso" (S. Mazzella, op. cit., pag. 616).
Sull’emblema dei Boncompagni interviene anche il Lauri: "La
leggenda che sta intorno all’arma gentilizia di questa famiglia,
posta sulla volta del ripiano della scalinata destra dell’ex Palazzo
Ducale d’Isolaliri, dice nella parte superiore del campo: ‘nil
resedet veneno’ e intorno ad esso: ‘Sum draco, ne timeas, nam
spirisatque veneno Quod penitus caream cauda resecta docet’.
Significa: "Sono un drago, ma non temere, perché la tronca coda
ti dice che sono privo di insidie e di veleno" (A. Lauri:
"Sora, Isola del Liri e dintorni", Sora 1913,
pag. 68)
20)
S. M. Pagano, op. cit., pag. 193
21)
G. Baffioni-P. Boncompagni Ludovisi, op. cit., pag. 21, 22, 23
22)
"Dizionario biografico degli Italiani", op.
cit., pag. 691
23)
S. M. Pagano, op. cit., pag.194
24)
"Nel 1633 rifabbricò dai fondamenti con magnificenza in Sora
la chiesa de’ Carmelitani in Santa Maria delle Forme già abbattuta
dal terremoto" (P. Litta, op. cit.). Morì a Roma alla
veneranda età di 86 anni.
25)
Controversa è la data di morte di Giacomo Boncompagni. Alcuni (Scudicini)
sostengono il 18 agosto; altri (Litta) la anticipano al 26 giugno;
altri al 12 agosto, altri ancora al 6 dello stesso mese. Ciò perché
nelle carte dell’archivio Boncompagni manca l’indicazione del
giorno preciso del decesso. Fra le tante ipotesi però la più
probabile sembra quella avanzata dallo Scudicini che identifica nel 18
di agosto la data della morte del primo duca di Sora.
26)
G. Pescosolido: "La nobiltà meridionale nell’età
dei Gallio" (pag. 69-81), in "Il ducato di
Alvito nell’età dei Gallio", tomo I°, Castelliri
1997, pag. 75
27)
A. Nicosia: "Coldragone e la sua storia",
Cassino 1993, pag. 34
28)
F. Mariani: "Le vicende della cartiera di Carnello a
Sora nel XVI secolo", Isola del Liri 1996, pag. 18 e
seguenti; S. M. Pagano, op. cit., pag. 195
29)
V. Pinelli: "Il castello", Isola del Liri
1994, pag. 2630) A. Nicosia, op. cit., pag. 34, 35 - Appendice
pag. 68, 73, 76
31)
F. Scandone, op. cit., pag. 40
32)
P. Litta, op. cit.
33)
F. Scandone, op. cit, pag. 44
34)
Maria Ruffo, sorella di Francesco duca di Bagnara, fondò un convento
di Francescani ad Isola di Sora (P. Litta, op. cit.)
35)
T. De Santis: "Storia del tumulto di Napoli",
libro VIII, pag. 112, Trieste 1858.
36)
P. Cayro: "Storia sacra e profana d’Aquino e sua
diocesi", Napoli presso Vincenzo Orsino 1808, libro
primo, ristampa anastatica a cura dell’Associazione Archeologica di
Pontecorvo, Sora 1981, pag. 289; Mons. R. Bonanni, op. cit.,
pag. 136.
"Al
comando di cinquanta fanti e di altrettanti cavalleggeri arruolati a
proprie spese il Boncompagni fu impegnato nella prima
parte della campagna, concorrendo alla difesa di Pozzuoli contro i
popolari. Già nel dicembre (n.d.a. 1647), tuttavia, per ordine
del viceré duca d’Arcos tornava in Terra di Lavoro con le sue
milizie, per affrontare la banda di popolari capeggiata da Domenico
Colessa, detto Papone. L’allontanamento del Boncompagni dalla
principale zona di operazioni dell’esercito baronale suscitò
qualche maldicenza ‘tra i suoi malevoli’ i quali insinuarono che
il Boncompagni ‘fastidito dalla lunghezza della guerra e della spesa
che faceva in mantenere la sua gente, sotto tale pretesto per gire a
sua casa a Sora, chiedette, ed ottenne licenza di partirsi’. Vero è
che un gruppo di uomini del Boncompagni si scontrò di lì a poco con
il Colessa, ma le voci trovarono conferma nella rinunzia del
Boncompagni a portare a fondo la campagna contro il capobanda
popolare, che in effetti – contrariamente a quanto sostiene il Litta
– fu sconfitto a catturato nel 1648 non dal Boncompagni, ma da un
contingente viceregio al comando di Ercole Visconti" ("Dizionario
biografico degli Italiani", op. cit., pag. 694).
37)
F. Riccardi: "Il brigante Papone",
Roccasecca 1995, pag. 77.
38)
P. Cayro, op. cit., pag. 291
39)
F. Riccardi, op. cit., pag. 78.
"Dopo
la definitiva repressione della rivolta il Boncompagni si abbandonò
alle più feroci vendette lasciando tristissima memoria di sé"
("Dizionario biografico degli Italiani", op.
cit., pag. 695).
Inoltre
il Litta riferisce che "ebbe poi il Boncompagni guai
particolarmente co’ suoi vassalli, tra i quali alcuni avevano preso
le armi contro l’autorità regia, ma le particolarità di questi
fatti sono involte in qualche oscurità" (P. Litta,
op. cit.).
Di
tempra completamente diversa il fratello Girolamo (1622-1684), uomo di
santa vita che fu Arcivescovo e poi Cardinale a Bologna.
40)
I disordini popolari resero estremamente grave la già di per sé
precaria condizione sociale ed economica dei territori del Regno.
Particolarmente indicativa una testimonianza tratta dal "Conservatorio
delle orfane di San Nicola " in Napoli, che sintetizza in
maniera mirabile la situazione di quel tempo. "Furono così
grandi et inauditi i disordini cagionati dai popolari tumulti, che
quelli per divina misericordia quietati, nell’anno seguente 1648
restò nulla di meno così nella città di Napoli come in tutto il
Regno tanta estrema miseria, così gran penuria di tutte le cose che
il prezzo dei grani ascese al valore di sei ducati e più il tomolo e
di tutte le altre cose commestibili era la valuta esorbitantissima.
Perloché i poveri e particolarmente i figliuoli (che erano allora in
gran copia) orfani derelitti, per aver la maggior parte perduti i loro
padri o ammazzati o morti di disagio, si trovavano in estrema
necessità a segno tale che estenuati dalla fame, dal freddo e da
cotidiani patimenti andavano mendicando il vitto. E quel che era
peggio non essendo chi lor desse qualche limosina (per ritrovarsi in
quel tempo ognuno secondo il suo stato in qualche bisogno) miseramente
si morivano nelle pubbliche strade. E molti che ne anche avevano luogo
da ricettarsi dormivano la notte sotto qualche supportico, tenna o
baracca, o in altro luogo simile, dove oppressi dall’eccessivo
freddo che fu in quell’anno, et estenuati dalla fame si ritrovavano
la mattina morti, restando insepolti ed alle volte anche mangiati dai
cani. Taccio le miserie delle povere figliuole di qualche età che
correvano grandissimo pericolo nell’onore e nell’offesa di Dio".
41)
F. Scandone, op. cit., pag. 25
42)
Un altro figlio di Ugo, Giacomo (1652-1731), fu governatore di
Orvieto, Arcivescovo di Bologna ed infine Cardinale. Appartenne alla
schiera dei cosiddetti "zelanti" che si proponevano
di sottrarre l’elezione del Pontefice all’influenza delle grandi
potenze ("Dizionario biografico degli Italiani",
op. cit., pag. 693).
43)
"Dizionario biografico degli Italiani", op.
cit., pag. 693
44)
Dionigi Antonelli, nel suo saggio "Attività dei Gallio nel
sec. XVII in Valcomino" (pag. 209-232), inserito nel tomo
I° de "Il Ducato di Alvito nell’età dei Gallio",
Castelliri 1997, traendo spunto da una "Memoria della
Signora Marchesa Vignola del 1665" (pag. 226), contenuta
nell’Archivio Segreto Vaticano, ricostruisce con precisione gli
avvenimenti correlazionati a tali nozze: "Il viaggio iniziò
il 19 maggio 1665 e si concluse il 19 giugno successivo (n.d.a.
Giustina Gallio infatti si trovava con i genitori a Milano e dovette
affrontare il lungo viaggio fino ad Alvito). Il matrimonio ebbe
luogo il 7 dicembre e fu celebrato nella cappella del palazzo ducale
di Alvito. Il 1° febbraio 1666, il duca e la duchessa di Alvito (n.d.a.
Tolomeo II Gallio e Ottavia Trivulzio) iniziarono il loro viaggio
di ritorno, facendo una sosta di due mesi al palazzo Boncompagni dell’Isola,
donde ripartirono il 6 aprile 1666".
45)
Domenico Cedrone nel suo saggio "Gli stucchi della
villa della Pesca" (pag. 243-263), inserito ne "Il
ducato di Alvito nell’età dei Gallio", tomo I°,
Castelliri 1997, ipotizza una datazione ben precisa fra il 1665 e il
1669, subito dopo i lavori di ristrutturazione del castello di Isola
in seguito al disastroso terremoto del 1654 (pag. 247). Gli stucchi
isolani dovrebbero essere coevi a quelli contenuti nel "casino
della Pesca" a Posta Fibreno: con ogni probabilità furono
realizzati dallo stesso decoratore.
46)
F. Riccardi-P.Cataldi, op. cit., pag. 20 e 21.
47)
P. Litta, op. cit.
48)
F. Scandone, op. cit., pag. 8
49)
R. Tempesta: "La rendita feudale all’epoca dei
Gallio" (pag. 285-302), in "Il ducato di
Alvito nell’età dei Gallio", tomo I°, Castelliri
1997, pag. 297
50)
Dionigi Antonelli, nel suo saggio sui Gallio già menzionato (vedi
nota 18, pag. 226), accenna alla nascita del primogenito della
duchessa Giustina, evento che si sarebbe verificato negli ultimi mesi
del 1666. Lo Scandone invece, op. cit., pag. 8, afferma che dall’unione
fra Gregorio II Boncompagni e Giustina Gallio non vennero figli.
In
effetti nel dicembre del 1667 nacque un figlio maschio a cui fu messo
nome Boncompagno Tolomeo che, appena tre mesi dopo, nel febbraio del
1668, morì all’Isola di Sora (P. Litta, op. cit.).
51)
Morto Nicolò II Ludovisi senza eredi legittimi, sul principato di
Piombino e di Venosa, salì Olimpia, sorella del padre. Alla scomparsa
di quest’ultima, nel dicembre del 1699, fu riconosciuta unica erede
la sorella minore di Olimpia, Ippolita, consorte del duca di Sora
Gregorio II Boncompagni (F. Scandone, op. cit., pag. 8)
52)
Il matrimonio fra Gregorio e Ippolita Ludovisi fu allietato dalla
venuta di sei figlie e di un maschio, Ugo, che nato nel 1684, morì in
tenera età (P. Litta, op. cit.).
53)
Proprio nel 1707 gli Austriaci si insediarono nel Regno di Napoli;
essi deterranno il potere fino al 1734 quando furono scacciati da
Carlo di Borbone, figlio del Re di Spagna Filippo V, che si collocò
sul trono di Napoli, dando vita alla dinastia borbonica che rimarrà
in auge fino alla dissoluzione del regno meridionale avvenuta nel
1860.
54)
P. Litta, op. cit.
55)
In effetti il figlio primogenito di Antonio era Niccolò che morì all’età
di cinque anni nel 1709. Un altro figlio di Antonio, Piergregorio,
sposò una Ottoboni e divenne duca di Fiano (P. Litta., op.
cit.).
56)
A Maria Eleonora Boncompagni fu eretto un monumento funebre nella
chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma.
"MARIAE
ELEONORAE BONCOMPAGNIAE LUDOVISIAE PLUMBINI PRINCIPI PIETATE IN DEUM
BENEFICENTIA ERGA PAUPERES DEMISSIONE ANIMI CORPORISQUE CRUCIATO
MATRONAE SPECTATISSIMAE CAJETANUS PETRUS ET MARIA FRANCISCA FILII P.
P. OBIIT NONIS JANUARII A. D. MDCCXLV AETATIS SUAE LIX".
Sulla
stele marmorea compare lo stemma della famiglia Boncompagni unito a
quello dei Ludovisi, fra due statue rappresentanti la carità e la
mansuetudine (P. Litta, op. cit.).
57)
F. Scandone, op. cit., pag. 28
58)
D. Cedrone, "Il catasto di Gallinaro (1743)
", Casamari 1998, pag. 20, 21 e 22.
59)
Si trattava della antica diocesi di Aquino alla quale, nel 1725, fu
aggregata quella limitrofa di Pontecorvo, "possesso enclave"
dello Stato Pontificio nel territorio del Regno di Napoli. Il 27
giugno del 1818 la diocesi di Aquino e Pontecorvo veniva unita a
quella di Sora dando vita ad un’unica configurazione ecclesiastica
tuttora esistente. (L. Alonzi: "Il vescovo prefetto.
La diocesi di Sora nel periodo napoleonico (1796-1818)",
Sora 1998, pag. 251; F. Perrotta: "Il concordato del
1818 e la nuova circoscrizione delle diocesi della provincia di Terra
di Lavoro" (pag. 145-160), in "La nascita
della provincia di Terra di Lavoro. Istituzioni e territorio",
Napoli 1996, pag. 153.
60)
Il sistema di riforma fiscale che aveva come perno l’istituzione del
"catasto onciario", non si rivelò il toccasana che l’amministrazione
borbonica reputava. In molte università del Regno non venne mai
adottato; in altre fu ben presto abbandonato cosicché, alla fine del
‘700, nell’intero Regno di Napoli il sistema di prelievo fiscale
versava in condizioni di estrema confusione e frammentarietà.
61)
F. Scandone, op. cit., pag. 28
62)
Era la cancelleria penale e civile diretta da un funzionario ducale
che prendeva il nome di "mastrodatti", senz’altro
equiparabile alla figura dell’odierno cancelliere.
63)
Si trattava dell’esazione di ammende per contravvenzioni o per
sentenze giudiziarie. Tale istituto era diretto da un magistrato
chiamato appunto "balivo". Ancora oggi a Caprile di
Roccasecca esiste un vicolo, denominato via Baliva, dove anticamente
aveva sede l’ufficio della "baliva" o "bagliva"
che dir si voglia.
64)
La "colta" (o colletta) era una gabella ordinaria
posta sulle persone e sulle proprietà. Si chiamava anche "colta
di Santa Maria" perché generalmente veniva riscossa il 15 di
agosto, ossia il giorno della festa della Madonna Assunta. Difficile
determinare la consistenza di questo tributo; però, come si specifica
in una causa intentata dall’università di Roccasecca "la
colletta di S. Maria era una colletta meramente personale, consacrata
da un uso secolare verso il barone pro-tempore" (F.
Scandone, op. cit., pag. 35). Soltanto nel 1809 il "giudice
dei gravami" accolse il ricorso presentato da Roccasecca
decretando la cessazione dell’esazione di tale tributo che i
Boncompagni avevano continuato ad esigere anche dopo il 1796. Così
nella motivazione della sentenza: "La commissione ha
riflettuto che la detta colletta o si voglia reputare un dazio, o un
peso personale, imposto a tutti i cittadini, nell’uno e nell’altro
caso viene abolito dalla legge distruttiva della feudalità, che se
poi si voglia credere una prestazione per tutti i beni feudali,
descritti nell’apprezzo del feudo, essendosi abolita la feudalità
è venuto in conseguenza a cessare, e maggiormente nel caso presente,
che manca del titolo" (F. Scandone, op. cit., pag.
35).
65)
F. Scandone, op. cit., pag. 66
66)
F. Scandone, op. cit., pag. 68
67)
F. Scandone, op. cit., pag. 74
68)
F. Scandone, op. cit., pag. 77
69)
F. Scandone, op. cit., pag. 78
70)
"Hoggi rassembra ella, presso il fiume accennato della Melfa,
un picciol, e mal in arnese castello, reliquie infauste dell’ingiurie
de’ tempi, de’ giuochi della fortuna, e della barbarie delle armi"
(G. B. Pacichelli: "Il Regno di Napoli in
prospettiva", Napoli 1702, ristampa anastatica a cura di
Arnaldo Forni editore, Sala Bolognese 1975, parte I, pag 97).
71)
D. Ascolano: "Storia di Roccasecca",
Cassino 1997, pag. 167 e 168
72)
M. Rossini: "Il Seminario di Roccasecca",
Quaderno n° 1 a cura della Biblioteca Comunale, Cassino 1986, pag. 19
73)
M. Rossini, op. cit., pag. 21
74)
Questo il testo dell’iscrizione: "D.O.M. CAIETANO
BONCOMPAGNO LUDOVISO PLUMBINI PRINCIPI ET SORAE DUCI QUOD EPISCOPIUM
ET SEMINARIUM RELIGIOSA LIBERALITATE A FUNDAMENTIS EXTRUERIT ATQUE AD
SARTA TECNA TUENDA PERPETUUM CENSUM PROVIDE ADTRIBUERIT TABULIS
DONATIONIS PER PARCHETTUM TABELLIONEM CAPITOLINUM VI KAL. MAJ A.
MDCCLIII ROMAE CONSCRIPTIS HYACINTHUS SARDUS EPISCOPUS AQUINAS OB
INCENTIA BENEFICIA ECCLESIAE NOMINE ET COMMODO ACCEPTA GRATI ANIMI
MONUMENTUM P. A. MDCCLV". "In nome di Dio ottimo
massimo a Gaetano Boncompagni Ludovisi principe di Piombino e duca di
Sora perché l’Episcopio ed il Seminario con religiosa liberalità
dalle fondamenta ha costruito e per ben conservare le case una
perpetua rendita provvidentemente ha assegnato con istrumento di
donazione da Parchetti notaio capitolino il 26 aprile dell’anno 1753
rogato a Roma Giacinto Sardi vescovo aquinate per i grandi benefici in
nome e per utilità della Chiesa accettati con animo grato la lapide
pose nell’anno 1755" (traduzione di Mario Rossini).
75)
M. Rossini, op. cit., pag. 24
76)
M. Rossini, op. cit., pag. 21 e 22
77)
Nel 1818, con l’unificazione delle tre diocesi di Aquino, Sora e
Pontecorvo, Sora fu designata come unica sede vescovile. A Roccasecca,
privata degli uffici diocesani, restava soltanto il Seminario che
continuò, sia pure fra molte difficoltà, ad esercitare il suo ruolo
di educazione spirituale ancora per qualche tempo. Però, poiché il
numero dei chierici andava progressivamente riducendosi, mons.
Montieri pensò di affidare il Seminario ai Signori della Missione
della Provincia di Napoli appartenenti alla congregazione di S.
Vincenzo de’ Paoli che nel 1859 si insediarono a Roccasecca. Dopo
aver provveduto al restauro dei locali che si trovavano in condizioni
disastrate (si pensi all’alloggio dei militari napoletani nel 1796
ed al saccheggio francese del 1799), i religiosi iniziarono la loro
attività didattica ad un numero sempre più crescente di alunni. Nell’estate
del 1866 però il governo italiano decretava lo scioglimento di tutte
le congregazioni religiose; e così, dopo alcuni anni di trattative e
di carteggi infuocati, nella primavera del 1868 i padri missionari
furono costretti ad abbandonare il Seminario fra lo sconforto della
popolazione che tanto aveva apprezzato le capacità educative dei
religiosi campani. La partenza dei missionari affossò definitivamente
le sorti del Seminario che era ormai frequentato da poche decine di
studenti; per questo il Capitolo di Aquino, ripreso possesso dei
locali, decise di cederli in fitto al comune di Roccasecca che vi
impiantò gli uffici della Pretura e quelli del dazio. Di qui l’opposizione
della famiglia Boncompagni che protestava per il mancato rispetto
della disposizione che vietava alle autorità ecclesiastiche, pena il
ritorno ai legittimi proprietari, di attribuire ai locali una
destinazione diversa da quella della donazione. (F. Riccardi,
"Quando il vescovo di Aquino stava a Roccasecca",
in "La Cantina", inserto culturale del
settimanale "L’Inchiesta", anno VI, n° 27,
4 luglio 1999, pag. 17.
78)
M. Rossini, op. cit., pag. 26
79)
Chi volesse conoscere nei dettagli la storia travagliata di questa
gloriosa istituzione, può consultare l’ottimo lavoro di Mario
Rossini, "Il Seminario di Roccasecca",
più volte precedentemente menzionato, edito dall’Amministrazione
Comunale nel 1986.
80)
"Queste case per vetustà ed incuria deformi già prima
fondate dal Duca di Sora possedute poi dal demanio ed acquistate dal
comune nel 1872 per deliberazione del Consiglio del 17 novembre 1873
furono successivamente ampliate e ridotte all’attuale forma
destinandole a sede del Municipio e di altri officii e dedicate con
solennità pubblica il 9 ottobre 1881".
81)
Questo il testo dell’iscrizione che risulta rovinata e quindi
parzialmente illeggibile nella parte inferiore. "Questo marmo
che un decreto unanime del Consiglio del 7 febbraio 1878 volle qui
collocato nel votare la somma di lire cinquecento, tenue ma devota
offerta, al monumento da ergersi in Roma a Vittorio Emanuele II con
rito solenne dedicava il Municipio il 9 ottobre 1881 in omaggio al
gran principe che spese la vita a pro della patria e le… lei nel
magnanimo erede … Re Umberto I° ….. ed il valore ….. si era
fatto immortale".
82)
"Comune di Roccasecca a ricordo della visita di S. Santità
Paolo VI per la celebrazione del VII Centenario della morte di S.
Tommaso d’Aquino 14 settembre 1974. ‘Io sono felice di essere
tra voi, tra voi che avete dato la patria, i natali a S. Tommaso d’Aquino’.
Paolo VI. L’amministrazione comunale interprete del sentimento di
tutta la cittadinanza 7 marzo 1975".
83)
"Gaetano fu un Principe savio, beneficiente e di gran cuore.
La sua memoria sarà sempre cara agli animi sensibili". (G.
Gennaro Grossi: "Lettere istorico-filologiche-epigrafiche
e scientifiche illustrative delle antiche città de’ Volsci indi
Lazio-nuovo", volume II, Napoli 1816 presso Domenico
Sangiacomo, ristampa anastatica a cura della sezione di Arce dell’Associazione
Nazionale Carabinieri, Frosinone 1996, pag. 145).
84)
"Spese occorse al funerale fatto al defunto illustre Duca di
Sora, ducati 3.85" (F. Scandone, op. cit., pag.
66).
85)
"Dizionario biografico degli Italiani", op.
cit., pag. 711
86)
I Gesuiti nacquero nel 1534 per iniziativa di S. Ignazio di Loyola che
riunì a Parigi un gruppo di giovani desiderosi di dedicarsi a vita
ascetica e di missione a servizio del papa. Nel 1540 Paolo III
riconobbe il nuovo ordine religioso con il nome di "Compagnia
di Gesù". I Gesuiti si diffusero rapidamente in Europa e
successivamente in Estremo Oriente e nell’America Latina. A partire
però dalla metà del ‘700, nell’imperante clima illuministico ed
anticlericale, essi furono oggetto di misure repressive da parte degli
stati che mal sopportavano l’influenza, specialmente politica, dell’ordine.
E così la Compagnia di Gesù fu espulsa nel 1759 dal Portogallo, nel
1764 dalla Francia, nel 1767 dalla Spagna. Con un editto firmato da
Ferdinando IV, datato 31 ottobre 1767, ispirato dai ministri
anticurialisti Tanucci e De Marco, i Gesuiti vennero espulsi dal Regno
di Napoli. Nel 1773 l’ordine fu addirittura soppresso da Clemente
XIV. Sarà ripristinato soltanto nel 1814 su iniziativa del pontefice
Pio VII (S. De Majo: "Ferdinando IV di Borbone",
Roma 1996, pag. 24).
87)
Uno dei figli di Gaetano Boncompagni e di Laura Chigi, Ignazio
(1743-1790), fu Cardinale e poi Delegato Apostolico di Bologna.
Riuscì nell’impresa, non certo facile per quei tempi, di bonificare
i terreni paludosi della Romagna, su incarico del pontefice Pio VI.
Nel 1785 fu nominato segretario di stato ed inviato a Napoli dove
iniziavano a circolare le idee giacobine di emanazione transalpina.
Entrato in contrasto con il papa, invidioso dei suoi successi, nel
1789 Ignazio abbandonò tutte le cariche e si ritirò a vita privata.
Morì a Lucca nel 1790 (P. Litta, op. cit.).
88)
"Per regalo alli servitori del sig. Principe in occasione si
prese possesso e fettuccia per le chiavi, ducati 2.40"
(F. Scandone, op. cit., pag. 63)
89)
"Alla polvere comperata per lo sparo della venuta dal sig.r
Principe allo Stato, ducati 4.40" (F. Scandone,
op. cit., pag. 82).
90)
F. Scandone, op. cit., pag. 10.
91)
"Giacinto Pistilli, ottimo sacerdote morto nel 1833, propose a
Re Ferdinando I la permuta del Ducato di Sora coi Principi
Boncompagni, duchi dei nostri paesi, dimostrando l’utilità grande
che ne veniva alle industrie cittadine, se si fosse concesso agli
industriali di servirsi delle acque per animar macchine: diritto
allora esclusivo dei feudatari. Propose pure la costruzione della
strada rotabile da Isolaliri per Napoli e di rendere navigabile il
fiume Liri da Isolaliri a Gaeta, quando non si pensava ancora a
ferrovie, per il facile ed economico trasporto dei prodotti dell’industria
locale. Sotto l’Amministrazione dell’Acton, il governo Borbonico
accettò la costruzione del canale navigabile progettato dal Pistilli,
ma l’invasione dei Francesi del 1799 nel Reame Napoletano arrestò
nel bel mezzo tutti i progetti del bravo Isolano, il cui paese natio
fu dato alle fiamme ed al saccheggio dalle masnade francesi. Ma con la
Restaurazione dell’antico regime, dal Governo Borbonico il Pistilli
ebbe per i suoi meriti civici una pensione vitalizia di 50 ducati
mensili" (A. Lauri, op. cit., pag.135 e 136).
92)
A. Nicosia, op. cit., pag. 52; L. Alonzi, op. cit., pag.
30 e 31; G. G. Grossi, op. cit., pag. 147.
93)
Nei primi mesi del 1796 Ferdinando IV inviò le sue truppe ai confini
del regno temendo l’invasione dell’esercito napoleonico. La firma
del trattato di Parigi (15 maggio 1796), che sanciva la pace tra la
repubblica francese e il Re di Sardegna Vittorio Amedeo III, costretto
a cedere ai transalpini Nizza e la Savoia, scongiurò, almeno per il
momento, il pericolo. L’esercito napoletano però continuò a
rimanere "in loco" con tutte le deleterie conseguenze
che è facile immaginare. Anche Roccasecca, che ospitava l’Ospedale
Maggiore ed il reparto dei Fucilieri di Montagna (E. Jallonghi:
"Borbonici e Francesi a Montecassino (1796-1799)",
a cura di Alfredo Saccoccio, Fondi 1999, pag. 25; Mons. R. Bonanni,
op. cit., pag. 203, appendice 13) subì spiacevoli conseguenze. I
soldati infatti, per oltre tre anni, furono alloggiati nel palazzo
vescovile, arrecando danni ingenti all’arredamento e soprattutto all’archivio
che andò quasi completamente distrutto. E quel che si era salvato
andò perso nel maggio del 1799 quando i francesi, ritirandosi verso
il nord d’Italia, piombarono su Roccasecca arrecando morte e
distruzione. Il vescovo De Mellis reputò opportuno rifugiarsi nella
vicina Santopadre portando con sé i più importanti documenti dell’archivio,
caricandoli sui muli. Durante il tragitto però, i mulattieri
atterriti, abbandonarono il carico e si dettero a precipitosa fuga: e
così il prezioso materiale cartaceo scomparve e finì per essere
bruciato dagli ignari contadini della zona (F. Riccardi-P. Cataldi,
op. cit., pag. 130; Mons. R. Bonanni, op. cit., pag. 205,
appendice 13, nota 1).
94)
A. Di Biasio: "Territorio e viabilità nel Lazio
meridionale. Gli antichi distretti di Sora e di Gaeta. 1800-1860",
Minturno 1997, pag. 46 e 47. Sulle vicende che portarono alla
realizzazione della strada consolare vedere anche G. G. Grossi, op.
cit., pag. 147 e seguenti. Interessante al riguardo la testimonianza
di mons. Rocco Bonanni, op. cit., pag. 201 e 202, appendice 12:
"Nel 1795, un anno prima che Boncompagni permutasse i beni che
possedeva nel Regno di Napoli coi Borboni, si era, di comune accordo
fra il Duca ed il Re, deliberata la costruzione della strada ‘Consolare’
che doveva unire Napoli agli Abruzzi e toccare le città e i paesi
della parte estrema della provincia di Caserta. La via venne costruita
con tale larghezza da stare bene in confronto colle più grandi e
belle strade d’Italia. Il governo tassò i comuni posti sulla
sinistra del Liri per tre anni con una quota di concorso per la
costruzione della ‘Consolare’. La via Latina che già aveva
perduta l’importanza come transito dopo fatta questa strada sparì.
La Consolare giunta a Sora non andò più avanti: solo dopo il 1860
proseguì, per Valle di Roveto fino ad Avezzano". Bonanni
precisa che la larghezza della nuova strada era di otto metri e che
"la contribuzione annuale dei comuni fu di ducati 800 (L.
3,400) per ogni mille abitanti" (pag. 202, appendice 12, nota
2).
95)
L. Alonzi, op. cit., pag. 31 e 32. Molto interessante la
relazione stilata dal "ministro generale" del duca
Antonio II Boncompagni, tendente a sconsigliare l’adozione del
progetto del canonico Pistilli, riportata nella nota 46: "Le
famiglie, che da pochi anni in qua si dicono di là sloggiate nel
numero niente meno di ottanta, non sono state altre, che nove nel
lungo corso di anni quindici, e questo non per difetto di sussistenza,
ma per evitare le pene dei propri delitti, scappando fuora dal Regno.
Le altre famiglie tutte ivi sussistono, e trovano il modo di vivere
onestamente. Egli è vero che molti di que’ Naturali sogliono ogn’anno
portarsi nel tempo delle messe nel finittimo Stato Pontificio; ma ciò
non è in abbandono delle proprie Terre, ma è per capo d’industria;
mentre per la diversità del clima dell’agro Romano da quello dell’Isola
e di Castelluccio, gli uomini di questi luoghi dopo di aver locate in
Paesi stranieri le loro opere, tornano indi nella propria patria a
raccoglier le biade, che opportunamente ritrovano atte alla falce: e
questa industria, anzi ch’esser dannosa, è utilissima per quelle
regioni, introducendosi in questo modo dallo Stato Romano non poco
denaro nel Regno (…) Che se poi per poco si volesse accordare di
potersi avere quello spazio di terra, capace di sostenere sì fatti
edificii, locche per altro non potrebbe riuscire altrimente, se non
con far sloggiare i cittadini da propri tetti, pure inoperose
rimanerebbero le proposte machine per la mancanza della legna, delle
quali in grandissima abbondanza esse han bisogno (…) Ma si abbiano
pure la legna per lo carbone, e si superino tutte le suddette
difficoltà, come poi si trasporterebbero e le legna medesime, ed i
Cannoni, che ivi si avrebbero a lavorare? Questo trasporto non
potrebbe farsi altrimenti, che con grandissimi carri ferrati; ed ecco
l’eccessiva spesa, che il Regio Erario dovrebbe soffrire nella
formazione e costruzione di Ponti delle strade dalle lontane, e dirupi
Montagne fino all’Isola, e da questa fino al mar di Gaeta per
imbarcarsi le manifatture".
96)
"I rapporti di Boncompagni con la corte napoletana si
guastarono tuttavia ben presto, sebbene egli continuasse per anni a
figurarvi come uno dei personaggi più decorativi nella sua qualità
di gentiluomo di camera con esercizio di Ferdinando IV. L’azione
riformatrice dei ministri napoletani si esplicava infatti in un
controllo fiscale di una fermezza inusitata sui maggiori baroni, tanto
che il Boncompagni fu spinto dalla noia delle interminabili
contestazioni ad offrire in vendita al re tutti i suoi feudi nel Regno"
("Dizionario biografico degli Italiani", op.
cit., pag. 703).
97)
L. Alonzi, op. cit., pag. 32.
Già
nell’aprile del 1795 il Re Ferdinando IV si era recato in visita
nelle "terre" del ducato di Sora accolto con
entusiasmo dalla popolazione locale. "L’allegria, ed il
giubilo di tutte le Popolazioni di quegli Stati fu grandissima, nel
ricevere siffatta novella. Per tutto il corso della nuova strada dall’osteria
di Cajanello sino a Sora, a lato di tutt’ i Paesi, che vi esistono,
s’innalzarono immediatamente degli archi trionfali di alloro, e di
mirto, intersecati da festoni di fiori, di varj colori, che formavano
un vago, e grazioso diletto a chi gli mirava. Nelle porte poi di S.
Germano, dell’Isola di Sora, e di Arpino, si elevarono del pari
altri archi trionfali di tele vagamente dipinte, rappresentanti varj
fatti istorici allusivi alle circostanze di quelle antiche città, con
iscrizioni ben concepite. Si era disposta in tutt’ i Luoghi l’illuminazione
per tre sere; ed eran già pronte in Arce, nell’Isola, in Sora, ed
in Arpino buone musiche istrumentali. In Sora si era puranche
apparecchiata una corsa de’ barberi. Tutto erasi col maggior brio
disposto, per festeggiare l’arrivo del Sovrano" (G. G.
Grossi, op. cit., pag. 151).
98)
"Del resto, continuando un atteggiamento che era già stato
degli ultimi anni del padre, il Boncompagni venne sempre più
disinteressandosi dei suoi feudi e allontanandosi dalla corte
napoletana, partecipando piuttosto alla vita della aristocrazia
pontificia, nella quale poi la famiglia si inserì stabilmente. La
decadenza della famiglia, d’altra parte, trovò il proprio
coronamento, nel quadro della generale decadenza del mondo feudale
italiano e come uno degli esempi maggiori di essa, allorché le armate
francesi intervennero a minarne dal di fuori l’ultima effimera
sopravvivenza" ("Dizionario biografico degli
Italiani", op. cit., pag. 703).
99)
In occasione della reintegra dei feudi di Antonio II Boncompagni
Ludovisi nel demanio regio, fu redatto un inventario dei beni immobili
posseduti dallo stesso nel ducato di Sora. Nella "Relazione
fatta dal regio ingegnere Giovanni Ragozino sopra i corpi speciosi di
fabriche, palazzi esistenti in diversi feudi dello stato di Sora e
mandata dall’agente di Napoli D. Giovanni Minicri con lettera de’
5 luglio 1796", si fa menzione dei palazzi di Isola del Liri
e di Arpino e dei magazzini di Aquino, Roccasecca e Palazzolo (S.
M. Pagano, op. cit., pag. 194 e 196).
100)
Una trattazione dettagliata e particolareggiata delle vicende che
portarono alla reintegra nel regio demanio del ducato di Sora, è
contenuta nell’ottimo lavoro di Felicita De Negri, "La
reintegra al Demanio dello Stato di Sora: un momento del dibattito
sulla feudalità nel Regno di Napoli alla fine del ‘700"
(pag. 73-93), in "Viabilità e territorio nel Lazio
meridionale. Persistenze e mutamenti fra ‘700 e ‘800",
a cura dell’Archivio di Stato di Frosinone, Roma 1992.
101)
F. De Negri, op. cit, pag. 85.
102)
F. De Negri, op. cit., pag. 89
103)
F. De Negri, op. cit., pag. 89
104)
F. De Negri, op. cit., pag. 90
105)
F. De Negri, op. cit., pag. 90
106)
"Istruzioni da osservarsi nell’amministrazione economica e
di giustizia dei Regj Stati di Sora, Arpino, ed Aquino, divisi nelle
quattro giurisdizioni di Sora, Arpino, Arce ed Aquino a norma del Real
Dispaccio della data di oggi 12. Del corrente agosto 1796.
Amministrazione
economica
I)
Il Ministro Delegato in Napoli
abbia relativamente ai Regj Stati di Sora, Arpino, Arce, ed Aquino l’ispezione
non meno della economica, che del contenzioso in tutto ciò, che
riguardi a’contratti di affitti, esazioni di rendite, e
manutenzione, o reintegra de’corpi, e diritti al Regio Demanio, e ne’
casi di gravami riferisca alla Regia Camera della Sommaria. E siccome
attualmente non esiste la platea de’ beni di questi stati, così il
Ministro Delegato faccia subito formare la distinta, ed esatta platea,
di tutti li beni feudali, e burgensatici de’ detti stati, e de’
pesi intrinseci, che vi sono ed intanto consegni ai Regj
Amministratore Generale, ed Erarj destinati la dovuta lista di carico
de’ corpi, rendite, e diritti appartenenti a tali stati, ritratta
per ora dagli stessi conti, e bilanci, su de’ quali si è fatta la
liquidazione delle rendite degli stati medesimi, onde l’Amministratore,
e gli Erarj facciano le corrispondenti esazioni, e diano il conto in
ogni anno secondo la cennata lista, finché non sia formata la
suddetta platea, e non venga da Sua Maestà altrimente ordinato.
II)
Il Regio Amministratore Generale principalmente procuri, che tutti li
corpi di rendita si affittino o per un anno, o per quel tempo, che
crederà più espediente, e vantaggioso, secondo le circostanze, e le
qualità de’ beni senza che alcuno ne resti in demanio.
III)
Tutti gli affitti si facciano per subaste sulle offerte, che dai
concorrenti si produrranno all’Amministratore, o all’Erario de’
rispettivi stati per subito trasmettersi da questo all’Amministratore
medesimo da cui verranno accettate, e postillate. E tanto l’amministratore
quanto gli Erarj dovranno esser vigilanti per lo maggior vantaggio de’
Reali interessi, e perché non accadano collusioni fra i concorrenti,
e badare inoltre alla qualità delle persone, a cui si danno gli
affitti non solamente per la sicurezza dell’estaglio, ma ancora
perché tali affittuari specialmente de’ molini, e di altri diritti
non commettano estorsioni alla povera gente. Intanto poiché gli
affitti di varj corpi giurisdizionali, e fondi de’ sudetti stati
scadano nell’anno corrente 1796, perciò si proceda sollecitamente a
tali affitti registrati nella nota formatane senza tenersi alcuna
ragione di quei pochi affitti fatti dai ministri baronali de’ detti
stati dell’ultimo di giugno di quest’anno fin’ora dovendo tali
pochi affitti farsi di nuovo colle prescritte formalità.
IV)
Nel farsi gli affitti dagli Erarj l’Amministratore dovrà avvertire
che li corpi, e le rendite, che cadono nell’affitto siano distinti,
e che non si confondano i beni del ripartimento di un erario con
quelli di un altro erario se non quando fusse di precisa necessità
procurando ancora per quanto sarà possibile, che la corrisposta dell’estaglio
si convenga in danajo, e non in genere. A tale oggetto l’Amministratore
attenderà le particolari istruzioni che gli saranno date dal Ministro
Delegato per evitarsi le confusioni, e pregiudizj, che si sono fatti
per l’addietro dagli offiziali baronali, nelle quali istruzioni
saranno anche spiegati i particolari diritti, che a certi corpi si
appartengono, e la maniera di esercitar tali diritti secondo è stato
concordato colle università; acciocché non si rechi pregiudizio al
Regio Fisco, né gravezza alle popolazioni.
V)
Conchiusi gli affari dagli Erarj sarà tenuto l’Amministratore di
farne subito un distinto rapporto al Ministro Delegato e dove si
tratta di corpi speciosi, come sono le valchiere, molini, frutti di
selve, ed altri di molto valore dovrà egli trasmetterne gli atti allo
stesso delegato per attenderne la costui approvazione. Intorno poi
alle cautele pe’ pagamenti de’ convenuti estagli queste saranno
prese a soddisfazione de’ rispettivi Erarj, ognuno per il proprio
ripartimento da dover correre a loro rischio o pericolo.
VI)
Gli Erarj siccome sta detto all’articolo primo, dovranno esiggere a
tenore delle liste di carico, e degli obblighi di affitto, e quando i
debitori avessero pretenzioni di rilascio, si dovrà far capo all’Amministratore,
il quale riferirà al Ministro Delegato quanti occorre senza frattanto
attrassarsi in menoma parte l’esazione dell’intero pagamento
dovuto.
VII)
Gli Erarj dovranno avere anche l’incarico di soddisfare li pesi
intrinsici, che loro saranno dati in lista pe’ pesj straordinarj
dovranno dipendere dagli ordini del Ministro Delegato da comunicarsi
ad essi per mezzo dell’amministratore, e per le spese di accomodi di
fabbriche, manutenzione di fondi, ed altro potranno farle secondo l’occorrenza,
quando queste non oltrepassino il valore di dieci ducati,
giustificandole con validi documenti nel rendimento de’ conti, ma
quando sormontassero la somma di dieci ducati debbano farlo coll’intelligenza,
ed approvazione dell’Amministratore il quale dove si tratta di
qualche spesa di molto valore sarà tenuto di farne subito relazione
al Ministro Delegato.
VIII)
Quando accadesse, che qualch’esazione si dovesse fare in generi, gli
Erarj saranno obbligati di conservare questi generi come conviene, e
nel tempo proprio dovranno farne la vendita coll’intelligenza ed
approvazione dell’Amministratore, o per subaste, o in quel modo, che
si conoscerà più utile, ed espediente.
IX)
Le somme di danajo ritratte dall’esazione dovranno dagli Erarj
consegnarsi terziatamente, e secondo il maturo in potere dell’Amministratore
con un bilancetto dimostrativo dell’introito ed esito fatto fino a
quel punto, e con un simile bilancetto saranno immediatamente
trasmesse dall’amministratore alla delegazione.
X)
Ogni Erario alla fine dell’anno dovrà esibire l’intero suo conto
all’Amministratore colle corrispondenti cautele. L’Amministratore
in ricevere il conto dovrà esaminarlo, e per tutti quei dubbj, e
quelle riflessioni, che convengono. Poi lo stesso Amministratore
formarà il conto generale con un bilancio distinto di tutto l’introito
ed esito per ciascuno stato, citando sotto di ogni partita d’introito
ed esito il suo documento col foglio corrispondente al volume a parte
di cautele, e formato in tal maniera questo conto, di cui egli è
tenuto di essere responsabile, dovrà coi documenti giustificativi
trasmetterlo speditamente alla delegazione per discutersi.
XI)
Tutte le somme di danajo rimesse dall’Amministratore alla
delegazione saranno fatte passare di mano in mano in un fedone dal
Ministro Delegato, il quale ne darà parte a Sua Maestà, che
indicherà l’uso da farsene.
XII)
Il Ministro Delegato nel ricevere i conti dell’Amministratore ne
faccia sollecitamente la liquidazione, e discussione per mezzo del
destinato razionale della delegazione, il quale terrà anche il
registro della scrittura, e farà da attuario per quel che può
occorrere di contenzioso riguardo all’interessi dal fisco servendosi
in tali fatiche dell’opera dello stabilito ajutante.
XIII)
Per rendere più semplice l’indicata amministrazione, assicurarne la
rendita del burgensatico, e promuovere l’aumento della coltura si
procuri di far la vendita, o la censuazione di tutti li piccoli
terreni burgensatici con impiegarne il ritratto in ricompere di
partite d’arrendamenti per rimpiazzo di quelle che si sono assegnate
all’ultimo possessore di questi stati nel passaggio de’ medesimi
al Regio Demanio. Perciò l’Amministratore pubblichi questa
determinazione, e pervenendogli delle offerte le mandi col
corrispondente dettaglio alla delegazione, e nell’intelligenza, che
le accennate vendite, e censuazioni debbano farsi per subaste, e
precedente apprezzo quando non riuscisse di aversi distinzione di
rendita dal coacervo di un decennio e debbano tutte essere munite
della sovrana approvazione senza di cui non si possono eseguire.
Amministrazione
di giustizia
XIV)
Per quanto riguarda al governo di giustizia de’ sudetti Regj Stati,
ognuno de’ quattro Regj Governatori destinati dovrà almeno due
volte il mese andare a reggere corte in quei luoghi della sua
giurisdizione, ne’ quali non tiene la fissa residenza, purché
qualche caso straordinario, ed urgente non glielo impedisse, e per
tali accessi non dovrà cagionare alcun interesse alle università di
quei luoghi.
XV)
Questi Regj Governatori dovranno esercitare la stessa giurisdizione,
che si esercita dai Governadori degli altri luoghi demaniali della
provincia di Terra di Lavoro dando luogo a’ gravami ai tribunali
ordinarj di Napoli e dovranno anche procedere per le cause dell’individui
addetti alla nuova colonna delle Regie Strade, ed alla nuova
manifattura del fil di ferro dando luogo per queste
cause all’appello innanzi ai
rispettivi soprantendenti, e delegati a norma de’ reali ordini sull’assunto.
XVI)
Tanto i detti quattro Regj Governadori, quanto i loro mastrodatti,
armigeri, ed altri subalterni in tutti gli affari, che riguardano
amministrazione, ed esazione di rendite fiscali, e di altr’interessi
del fisco dovranno prestare il loro servizio gratis; ed ad ogni
richiesta del Regio Amministratore, e de’ Regj Erarj, senza poter
pretendere alcun diritto di atti, o di altro.
XVII)
Gli stabiliti cinque armigeri, ed un caporale di ciascuna delle
quattro Regie Corti di detti stati dovranno mutarsi ogni anno da uno
stato all’altro, e nelle occorrenze dovranno unirsi, e servire tutt’insieme.
E’
volontà del Re, che l’istruzioni contenute ne’ sopra descritti
articoli si osservino esattamente dal delegato, dal Regio
Amministratore Generale, da’ Regj Erarj, e Governadori, da
subalterni de’ mentovati soggetti, e da chi altro convenga,
riserbandosi Sua Maestà di modificarle, ed accrescerne in appresso,
secondo crederà opportuno dopo, che sarà formata l’ordinata
platea, e veduto il risultato dell’amministrazione del primo anno.
Arpino
12 agosto 1796 Giovanni Acton
Presso
Paolo Severino-Boezio, impressore de’ Regali Dispacci, con
privilegio del Re, che Iddio guardi"
(Tratto
dalla "Raccolta Regali Dispacci" conservata
nella Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" di
Napoli. Collocazione: Biblioteca Brancacciana 110 E 12, Tomo VI, pag.VII-XII)
107)
Interessante a tal proposito, benché chiaramente di parte, la
testimonianza di Giambattista Gennaro Grossi. Non si può ignorare
infatti che nel 1796, in occasione della reintegra al regio demanio
degli "stati" di Sora, Arce, Arpino ed Aquino, il
Grossi fu fra gli avvocati che prestarono assistenza ai comuni nelle
controversie conseguenti alla dismissione (F. Corradini nella
introduzione alla ristampa anastatica del testo di G. G. Grossi,
pag. X). "Tutt’i naturali di que’ luoghi rimasero commossi
da viva gioja, e da sinceri sentimenti di gratitudine pel Sovrano. Le
Comuni tutte per mezzo di due Deputati, frà quali vi fu lo Scrittore,
umiliarono al Re i loro ringraziamenti, ed unitamente al ceto della
Nobile Arte della lana di Arpino gli offerirono l’innalzamento di
una Statua marmorea, eterno monumento del grato animo loro. S. M. con
la massima soddisfazione accolse tali sincere dimostrazioni, e ne
spiegò il suo Sovrano gradimento con due Reali Dispacci de’ 26
febbrajo 1796 diretti al Cavalier Codronghi Consigliere delle Reali
Finanze. Fu poi incaricato sovranamente il Marchese D. Niccola
Vivenzio, allora Avvocato Fiscale del Real Parimonio (Magistrato, che
alla rettitudine del cuore unisce le più profonde cognizioni non solo
del diritto, ma benanche delle belle Arti, e della Storia), a
procedere alla liquidazione delle rendite e pesi di que’ Feudi, e a
decidere le cause vertenti fra il Barone, e le Comuni. Egli coll’assistenza
degli Avvocati delle Università, frà quali vi fu lo Scrittore,
condusse a fine sulla faccia del luogo un operazione sì grande"
(G. G. Grossi, op. cit., pag. 148).
108)
"Le diciotto Università reintegrate alla Real Corona furon
divise in quattro Regj Stati. Il primo fu quello della città di Sora,
colle Terre dell’Isola, Castelluccio, Brocco, e Pescosolido. Il
secondo quello della città di Arpino, colle Terre di Casalvieri,
Schiavi, e Casalattico. Il terzo fu lo Stato di Arce, composto della
città di Arce, e Rocca, e delle Terre di Fontana e S Padre. Il
quarto, ed ultimo fu della città di Aquino, colle Terre di
Roccasecca, Palazzolo, Colle S. Magno, e Terelle. A ciascheduno de’
riferiti quattro Stati fu assegnato un Erario Regio, sotto la
dipendenza di un Regio Amministrator Generale, residente in Sora. Pel
governo politico poi furono prescelti quattro Regj Governadori. Rimase
tutto approvato con Real Carta della data di Arpino de’ 12 agosto
del 1796, colla quale venne prescelto Delegato lo stesso Signor
Marchese Vivenzio, a cui si diede incarico di prendere il possesso de’
novelli Regj Stati nel dì primo del susseguente mese di settembre,
siccome seguì" (G. G. Grossi, op. cit., pag. 148 e
149).
109)
"Coerentemente ai Reali
Ordini antecedenti pell’incorporazione al Regio Demanio de’ tre
Stati di Sora, Arpino, ed Aquino, ha il Re prese le seguenti sovrane
risoluzioni pell’amministrazione economica, e di giustizia di tali
stati.
I)
Vi sia in Napoli una Regia Delegazione de’ detti Stati, composta di
un Ministro Delegato; di un razionale col soldo di 25 ducati il mese,
incaricato anche di fare da attuario; e di un ajutante col soldo
mensuale di 10 ducati.
II)
Questi Stati s’intendano divisi in quattro giurisdizioni, denominate
di Sora, Arpino, Arce ed Aquino. Delle quali la prima comprende Sora,
Isola, Castelluccio, Pescosolido, e Brocco; la seconda Arpino,
Casalvieri, Casale, e Schiavi; la terza Arce con Isoletta, Rocca d’Arce
con Coldragone, Fontana, e Santo Padre; e la quarta Roccasecca,
Palazzolo, Terelle, Colle Santo Mango, ed Aquino.
III)
Le dette quattro giurisdizioni abbiano quattro Regj Erarj, ciascuno
col soldo mensuale di 25 ducati, e quattro Regj Governadori, oltre ai
luogotenenti di giustizia de’ paesi, dove i governadori non
riseggono; col soldo mensuale di 15 ducati per ogni governadore
denominandosi Regj Erarj, e Governadori di Sora, Arpino, Arce, ed
Aquino. Le accennate quattro Regie Corti siano fornite ogniuna di un
mastrodatti, di un aguzzino, e della forza armata di un caporale col
salario di sette ducati e mezzo il mese, e di cinque armigeri,
ciascuno col salario mensuale di sei ducati: la qual forza dovrà
essere provveduta di arme ed anche del corrispondente vestiario.
IV)
Vi siano inoltre un Regio Amministratore Generale de’ sudetti Stati
col soldo mensuale di 50 ducati; ed un suo ajutante col soldo mensuale
di 10 ducati.
V)
Gli enunciati soldi, salarj, ed importo di arme e vestiario saranno
pagati sulle rendite de’ ridetti stati.
VI)
Gli Erarj, i Governadori, e l’Amministratore Generale incomincino ad
esercitare le loro funzioni dal primo dell’entrante mese di
settembre, se non che gli Erarj, con l’Amministratore Generale,
debbono sin da ora procedere agli affitti occorrenti di detti Regj
Stati nel modo espresso nelle istruzioni qui sotto indicate.
Sua
Maestà ha destinato interinamente alle descritte incumbenze i
seguenti soggetti.
Delegazione
Ministro
Delegato D. Nicola Vivenzio
Razionale
D. Gio: Gigli
Ajutante
da destinarsi da Vivenzio
Amministrazione
Economica
Amministratore
Generale D. Clemente Tuzj
Ajutante
da destinarsi da Vivenzio
Erario
di Sora D. Carlo Marsella
Erario
di Arpino D. Antonio Antonangelo
Erario
di Arce D. Vincenzo Pacifico
Erario
di Aquino D. Antonio d’Amato
Amministrazione
di giustizia
Governadore
di Sora D. Vito Dattolino
Governadore
di Arpino D. Nicola Quattrucci
Governadore
di Arce D. Tommaso Fontana
Governadore
di Aquino D. Pietro Micilotti
E’
Real volontà che i caporali, e gli armigeri della forza armata si
propongano dall’amministrazione generale per mezzo del Ministro
Delegato a Sua Maestà, la quale
risolverà il conveniente: e che le loro patenti siano registrate nel
tribunale della campagna. Pell’amministrazione economica e di
giustizia de’ mentovati stati comanda Sua Maestà che il Delegato, l’Amministratore,
gli Erarj, i Governadori e gl’altr’incaricati,
osservino
esattamente le istruzioni descritte nell’annesso esemplare.
Nel
Real nome lo partecipo a codesta Real Camera per sua intelligenza, e
di chiunque altro convenga"
Palazzo
20 agosto 1796 Saverio Simonetti
Alla
Real Camera
(Tratto
dalla "Raccolta Regali Dispacci" , op. cit.,
pag. I-III)
110)
Mons. R. Bonanni, op. cit., pag. 56
111)
P. Cayro: "Storia sacra e profana d’Aquino e sua
diocesi", Napoli presso Vincenzo Orsino 1811, libro
secondo, ristampa anastatica a cura dell’Associazione Archeologica
di Pontecorvo, Sora 1981, pag. 52.
112)
Passata la bufera del ’99, Antonio Boncompagni tornò alla carica
nel tentativo di far valere le sue ragioni che, a suo parere, erano
state mortificate. In un memoriale indirizzato alla Regina Maria
Carolina, esponeva le ragioni del suo dissenso chiedendo addirittura
la restituzione dei feudi (F. De Negri, op. cit., pag. 91).
Ormai però la storia galoppava velocemente in altra direzione,
rendendo impraticabile la proposta. D’altro canto, di lì a poco,
nel 1806, con l’avvento dei napoleonici, una legge avrebbe
definitivamente messo fine all’istituzione feudale in tutto il
territorio del Regno di Napoli.
113)
F. Scandone, op. cit., pag. 10. Occorre far notare che la
feudalità fu abolita in tutto il Regno di Napoli soltanto nel 1806
grazie ad un provvedimento varato da Giuseppe Bonaparte, fratello di
Napoleone. Più precisamente la ‘legge di eversione della
feudalità’ fu emanata il 2 agosto del 1806; tale legge
stabiliva che "la feudalità con tutte le sue attribuzioni
resta abolita. Tutte le giurisdizioni sinora baronali ed i proventi
qualunque che vi siano stati connessi, sono reintegrati alla
sovranità, della quale saranno inseparabili" (vd. L.
Alonzi, op. cit., pag. 147, nota 43).
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